Mi capita spesso di immaginare articoli di approfondimento sul fumetto senza poi metterli davvero nero su bianco. Altre volte, invece, succede — come in questo caso.
Penso anche ad articoli già pubblicati, come Il fumetto nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, L’insostenibile leggerezza dei fumetti da leggere e Il Webtoon: il fumetto nell’era dello scrolling.
Oggi, invece, vorrei soffermarmi su una riflessione legata alla dispersione consumistica delle nostre letture — e, inevitabilmente, agli acquisti (spesso compulsivi) che le accompagnano.
Cartaceo o digitale fa una sostanziale differenza, ma non tanto quando si parla di effettivi e reali soldi da spendere. Cambia il peso e lo spazio dei nostri acquisti, ma non il senso intrinseco dello spreco.
La riflessione di cui mi appresto a parlarvi nasce durante una delle mie passeggiate in esplorazione urbana (il riferimento è chiaramente a quel botanico da marciapiede tanto caro a Charles Baudelaire, ovvero il flâneur), che spesso faccio per evadere dai molteplici aspetti del quotidiano.
Passeggiando per le vie della città mi imbatto in una Little Free Library, una di quelle piccole casette dedicate allo scambio libero di libri.
Premetto che sono sempre stato un fautore di queste piccole biblioteche, tanto da averne costruite diverse in differenti luoghi attraverso un percorso di arte partecipata.
Ebbene, davanti ai miei occhi si palesa una scena “strana”, ma anche interessante: una pila di riviste a fumetti d’antan buttate lì a caso, senza un apparente senso logico.
Dico questo perché solitamente queste piccole “casette” sono dedicate a ospitare libri (soprattutto narrativa e poesia) e a incentivare il libero scambio tra lettori e lettrici desiderosi di curiosare.
Difficilmente si trovano fumetti — più “delicati” per natura, soprattutto se pensiamo alla serialità o ai costi dei volumi — e ancora più raramente in quantità così elevate, tra cui il n. 1 della rivista Intrepido dell’annata 1979, o il n. 20 della rivista Bliz, giusto per citarne due.
La prima impressione è stata di sgomento, dovuta sia alle condizioni in cui versavano i fumetti, sia al perché fossero stati lasciati proprio lì, in un luogo così ameno e accogliente.
Non c’è stato un criterio, un gesto minimo di cura — del tipo: ne metto due o tre, così chi è interessato può prenderli, scambiarli, approfondire una lettura o un genere. No.
L’impressione è stata piuttosto un’altra: meglio buttarli qui che nella raccolta della carta, così forse qualche appassionato li recupererà.
Ecco, nella maggior parte dei casi, una Little Free Library viene vissuta anche in questo modo: come contenitore residuale, uno spazio in cui relegare collane Harmony o libri didattici di cui disfarsi per alleggerire casa da accumuli ormai percepiti come inutili.
Ed è qui che emerge uno dei nodi centrali: l’accumulo compulsivo che non riusciamo a gestire e di cui, spesso, finiamo per pentirci.
Laddove però il consumismo, il collezionare e il ragionamento logico dovrebbero incontrarsi, ecco che prende forma quella che potremmo definire un’ossessione culturale: la convinzione che circondarsi di libri, fumetti e riviste equivalga automaticamente a un arricchimento personale. Ma non è sempre così.
Molti dei volumi che affollano le nostre librerie non sono letti — e probabilmente non lo saranno mai — perché qualcosa di nuovo si impone continuamente come priorità.
Si accumula, si rimanda, si dimentica.
Così si arriva anche a gesti come quello a cui ho assistito: fumetti abbandonati, lasciati a un destino incerto, mentre si cerca — magari — di dare una spiegazione razionale a un atto che razionale non è.
Eppure, in azioni del genere, si trascurano almeno due fattori fondamentali.
Il primo riguarda il destino stesso dei fumetti: molto probabilmente, questi accumuli lasciati senza criterio verranno raccolti dagli operatori ecologici e smaltiti. Il ciclo della loro esistenza si chiuderà così, in modo poco dignitoso — soprattutto se, come me, si tende ad attribuire ai libri e agli oggetti culturali un valore anche identitario e filosofico.
Il secondo riguarda la memoria: si perde il legame con la storia della propria famiglia. Si spezza quel filo invisibile costruito magari da un parente, fatto di sacrificio, abitudine, ritualità. In altre parole, si disperde una memoria collettiva.
Questo articolo non vuole essere disfattista — lungi da me — ma nasce piuttosto come tentativo di aprire un dialogo, o meglio ancora di stimolare una presa di coscienza: le parole, come certi gesti, possono ancora cambiare il senso delle cose.
Nel dubbio, ho recuperato tutto e portato a casa, con la lungimirante intenzione di “restaurare”, conservare e — soprattutto — leggere. Perché, forse, è proprio nella lettura — e non nel possesso — che quegli oggetti trovano il loro senso più pieno.
