The last days of Superman! approda in Italia nel gennaio 1963, pochi mesi dopo la pubblicazione negli Stati Uniti, con il titolo Ore disperate, sul Superalbo Nembo Kid n. 32 (per vicissitudini legate all’uso del marchio di Superman, in Italia il personaggio assunse per lungo tempo il nome di Nembo Kid, venendo al contempo privato del disegno della “S” sul petto).
Era l’alba dei supereroi con superproblemi. Da poco, infatti, sul proscenio dei Comics si erano presentate meraviglie come i Fantastici 4, Hulk, l’Uomo Ragno, e altre ne sarebbero seguite a breve.
Questo avveniva, però, sulla grande sponda rivale del fumetto popolare americano, quella appunto delle meraviglie: la Marvel (che al tempo era principalmente quella) di Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko. In casa DC, e in particolare sull’ammiraglia Superman, le Tutine procedevano in modo più compassato, tradizionale. Si era ancora nel pieno della lunga curatela di Mort Weisinger, che da un po’ mostrava evidenti segni di stanchezza, ma che per molti aspetti fu per il figlio di Krypton (almeno per come ha finito per evolversi fin dentro ai tempi più recenti) forse più fondamentale e fondante del lavoro dei creatori stessi del personaggio. Weisinger aveva largamente razionalizzato la “biografia” e le caratteristiche del mondo di Superman, ma anche inibito una ricerca di maggiore complessità e spessore narrativo, impostando lo standard delle storie su toni generalmente leggeri, schiettamente avventurosi; nonché su racconti spesso fantasmagorici e sulla presenza di personaggi senza meno bizzarri e gadgets a dir poco fantasiosi, di chiara derivazione da quella fantascienza americana dei primordi che egli frequentava e conosceva benissimo. Di quella science-fiction, Edmond Hamilton era non solo parte integrante, ma uno dei nomi principali: con una carriera – nata insieme al nome stesso di “scientifiction” – di quasi quarant’anni alle spalle, Hamilton aveva scritto centinaia tra romanzi e racconti, per lo più opere di puro mestiere, scritte a ritmo serrato perché anche gli scrittori devono pagare le bollette; ma sin dagli esordi o quasi, aveva dimostrato che, quando si permetteva di scrivere non per puri motivi alimentari, era l’autore di prim’ordine che aveva pubblicato alcuni dei racconti più belli degli anni ’30.
Quando questa storia viene pubblicata su Superman n.156, Hamilton rimpolpa le proprie entrate con il fumetto ormai da una ventina d’anni, scrivendo principalmente, ma non esclusivamente, per Batman e per Superman. Il fumetto era un impegno collaterale, e sommato al fatto che la linea editoriale di Weisinger non prevedeva particolari approfondimenti dei personaggi e delle trame, questo si traduceva in storie professionali o poco più. Salvo occasionali eccezioni.
Superman affronterà la propria morte in un ciclo di storie di gran successo e fama (ma non altrettanto fulgore narrativo) a opera di Mike Carlin, Dan Jurgens e altri; e a onta della sua quasi-onnipotenza si confronterà con la propria finitezza e impotenza sostanziali riguardo i problemi reali, quotidiani della Terra e dell’umanità, nell’ispirato racconto Pace in Terra di Alex Ross e Paul Dini. Questo avverrà a distanza di decenni dal presente lavoro di Hamilton, dove – sebbene i toni si mantengano ingenui, in linea con i dettami dell’era Weisinger – l’autore non manca di sottoporre i due temi all’attenzione se non alla riflessione analitica del lettore. Superman ovviamente non morirà, ma fino all’ultimo crederà, e tutti i suoi amici con lui, di essere destinato a soccombere per effetto di un virus incurabile proveniente dal suo pianeta di origine. Si scoprirà che in realtà il decadimento dell’Uomo d’Acciaio era dovuto a un frammento di kryptonite verde, rimosso il quale tutto tornerà regolare. Quel che vediamo accadere a Superman e al suo mondo, da Lois Lane (Luisa Lane nelle traduzioni d’epoca…) e Lana Lang a Supergirl (Nembo Star, e vabbe’) e gli altri superesseri è però “reale”, come accennato prima. Certo, il racconto non possiede il lirismo e tantomeno la densità e la forza introspettive de La morte di Capitan Marvel, ma non nascondo che il grezzo materiale assemblato da Hamilton è in grado di emozionare sinceramente il lettore, toccandone corde forse infantili ma fortemente radicate nella sua natura umana, e proprio per questo sensibili e reattive. È un racconto pieno di stereotipi che oggi lo renderebbero impubblicabile, ma genuino nell’ispirazione e nell’intento di appassionare e commuovere sollecitando la com-passione, realizzato con vigore narrativo e incisività, martellando il lettore con il rapido succedersi degli eventi, dai folli andirivieni in ogni anfratto dello spazio e del tempo alle sequenze intense del cordoglio dei tanti amici accorsi presso Superman; e al senso spasmodico di urgenza dell’Uomo d’Acciaio che sente la sua vita scivolare via senza poter fare tutto quello che ritiene suo dovere d’amore realizzare.
Fatta sempre la tara a un’ingenuità di fondo, la storia è un riassunto esemplare della grammatica interiore e formale del personaggio: il titanico tentativo del Superman morente di risolvere i problemi del nostro pianeta, radunando ogni propria forza residua e ogni risorsa del suo mondo, non porta alla riflessione sulla sua impotenza (e sulla irriducibilità di un personaggio ultraterreno a una prosaica realtà terrena), ma a far emergere limpidamente le caratteristiche davvero fondamentali, inalienabili del personaggio, quelle caratteristiche privato delle quali Superman diviene altro da sé. E non è questione che generosità, altruismo, candore d’animo siano lo schema di una caratterizzazione naive, figlia di tempi ormai passati, ma che tali attributi sono invece il paradigma di un personaggio che più di ogni altro riassume l’archetipo di un moderno Galahad; e se Galahad fosse sentito come una figura noiosa, temo allora che non si sia compresa mezza storia della letteratura né il concetto (letterario oltre che sacrale) di agnello sacrificale. La penna di Hamilton rimane leggera – lo scopo primario è semplicemente quello di far divertire i ragazzi – e si limita a lanciare dei richiami sotterranei; ma, forse perché Pace in Terra è stata effettivamente scritta e disegnata quasi quarant’anni più tardi, quei richiami appaiono molto bene in filigrana.
È in questa intensità emotiva e nella perfetta rappresentazione del mondo valoriale del personaggio che si inserisce l’apporto dei disegni di Curt Swan (con George Klein alle chine). Swan è giustamente ricordato come uno degli artisti autenticamente fondamentali per la storia e l’evoluzione di Superman, e al tempo di questo racconto era già un veterano delle sue storie; tuttavia era appena agli inizi di quel periodo d’oro durante il quale ridefinì le coordinate grafiche del Kryptoniano, ponendo le basi della sua rappresentazione più moderna. Le qualità editoriali del Superalbo Nembo Kid (come della collana-madre degli Albi del Falco) erano indubbiamente scarse, ma nonostante questo la maestria di Swan nel ritrarre finemente la ricca gamma dei sentimenti ed emozioni umani risalta comunque. Lo stile è classico, pulito, perfettamente narrativo; in apparenza semplice, è in realtà il lavoro di una mano sapiente che sa come usare il disegno per “raccontare” tutto quello che il testo dice esplicitamente, e molto di più: è qui che avviene l’emersione del sotterraneo. Durante un periodo di declino creativo del supereroe per antonomasia, dal felice connubio tra un artista in rampa di lancio verso il suo apice e un autore che quel giorno ha usato la sua mano buona per scrivere, nasceva così un gran racconto.









