Jeff Lemire è un maestro nel bilanciare la narrazione psicologica con un senso crescente di inquietudine. Con “Joker: il sorriso che uccide” estremizza questa sua forza sfruttando le peculiarità intrinseche in Joker, dando forza e corpo ad una narrazione volta a sviscerare tematiche quali la perdita dell’identità, la sottile linea tra normalità e follia e il potere distruttivo dell’ossessione.
Lemire sceglie di non stravolgere il personaggio, ma anzi di appoggiarsi ad opere chiave di riferimento (The Killing Joke) riprendendo ancora una volta la figura dello psicoterapeuta che viene travolto dal gioco del Joker (Dr. Ingrid Karlsson, Harleen Quinzel).
La storia si concentra così sul Dr. Benjamin Arnell, uno psichiatra che tenta di curare il Joker ma che lentamente viene trascinato in una spirale di follia e perdita di sé.
Un racconto che rappresenta il Joker come una forza caotica e irrazionale che smaschera la fragilità delle costruzioni sociali e personali.
Ad amplificare l’impatto dell’opera vi è il consueto, eccezionale lavoro di Andrea Sorrentino.
La sua decostruzione dei layout (unita alla ricerca di ombre e colori di Jordie Bellaire) completa l’immersione del lettore nel caos mentale del Dr. Arnell. Questo stile visivo, perfezionato da Lemire e Sorrentino in Gideon Falls, amplifica e completa la sensazione di angoscia e distorsione del fumetto.
Tutta la costruzione della narrazione realizzata da Lemire va a rafforzare l’idea del Joker come antitesi della speranza. Una dimostrazione di quanto sia fragile e difficile conservare un equilibrio, evidenziando come il caos sia sempre in agguato. Eppure, seguendo l’esempio di Scott Snyder e Paul Dini, sul finale l’autore mostra come la speranza – sebbene fragile – possa fungere da àncora in un mondo oscuro.
Il lavoro di commistione tra l’arte di Lemire (Essex County) e il background di Joker produce così un lavoro intimo e psicologico capace di creare un’esperienza tanto inquietante quanto memorabile.
