Ebbro di spiegazionite acuta, Mirko Perniola cala a strascico la rete nel passato mysteriano, preparando un fritto misto di suggestioni a vario titolo. Il pescato del giorno attinge principalmente ad uno dei “Mysteri Italiani” degli anni ’90, nello specifico l’avventura a metà tra derive criminali ed echi lovecraftiani nella bassa padana orientale che lambisce Ferrara, dove Java trasse in salvo un bambino dalle circostanti brume paludose nelle quali si annidava un “qualcosa” non meglio specificato.
Dopo una trentina d’anni sembrava giusto (a chi?) fornire queste specifiche, e a tal fine non c’è nulla di meglio che tornare nella “comfort zone” atlantidea (e dintorni), spruzzando il tutto con antagonisti d’antan del BVZM – che stanno al racconto come una pioggia di pecorino su un’impepata di cozze. Sì, perché il pretesto di riportare in pista Cassandra Gold-Chester e i suoi caricaturali scagnozzi è in realtà una caricatura di per sé, dato il bidimensionalismo che l’autore riserva loro lungo tutta la durata bimestrale della vicenda; nello specifico, questa richiama in causa quel Luca Martelli che, dopo l’intervento di Java, è rimasto legato con la mente e il cuore ai suoi “amici della palude”, e da cui riemerge come improbabile villain da affrontare, grazie ai potenziamenti mentali indotti dall’ennesima arma invincibile – che quantomeno viene ascritta nella stessa famiglia del Murchadna, dandole così un velo di significanza nella generale economia del racconto.
A sua volta, un’arma invincibile – per di più in Italia! – non può non essere il fardello di un custode metaumano (chi ha detto grande madre?), la cui caratterizzazione quasi piaciona già stona dopo un paio di vignette.
Il tentativo dell’autore di tenere assieme tutti gli ingredienti sfiora solamente il pasticciaccio, per l’unico motivo che un buon 25/30% della storia viene riservata ad uno sciorinamento di erudizione da parte non solo del BVZM (e fin qui…), ma anche di uno dei comprimari (la dott.ssa Fabbri, dalla chioma selvaggia e il sembiante vagamente riferito a Marta Zoboli), creando in ogni caso una discontinuità nell’incedere dell’azione che può contemplare solo da lontano l’amalgama tra cultura e azione di matrice castelliana.
A impiattare il tutto il tocco grafico di Michela Da Sacco, per la quale il giudizio si pone solo qualche mollica più in là di quanto già fatto in passato, con l’aggravante di un decadimento qualitativo che si trascina fino alle ultime tavole, per poi concedersi un relativo canto del cigno.
Quella de La palude era una vicenda, già un po’ sbilenca di suo, conclusasi con elementi in sospeso che quasi la nobilitavano in corner. Come si dice “chi troppo vuole, troppo ottiene”, e da qui a dire “il troppo stroppia” è un attimo, anche per il festival dei luoghi comuni.
E la palude non lo era, un luogo comune, pertanto sarebbe stato auspicabile lasciarla in quella serafica, umida, inutilmente perseguibile, condizione.
