C’era una volta il Bonellide. Non quello già fighetto o infighettito – o comunque con ambizioni – che inizia a proliferare verso la fine degli anni ’80 sulla scorta del successo di Dylan Dog e il ritorno in grande stile della Bonelli, e che poi esplode in edicola negli anni ’90 e primi ’00, occasionalmente raggiungendo anche buoni risultati (su tutti, il Lazarus Ledd di Ade Capone, per il quale forse il concetto di bonellide finì con l’essere menzognero o comunque restrittivo).
Non quello: quello di prima, quello vero, quello rustico che faceva il verso a un fumetto bonelliano che a sua volta era ancora rustico. Qui, con “rustico” intendo una qualità molto positiva; è quel rustico che non si contrappone a complesso (e neppure a sofisticato), ma è immagine in negativo di artefatto e pretenzioso.
Parlo insomma di quel rustico delle migliori trattorie a conduzione familiare che ancora si trovavano qui e là una trentina o quarantina di anni fa: il miglior pranzo della mia vita non l’ho fatto a New York, Londra, Milano, Firenze, Parigi o nella mia Roma, ma in una vecchia osteria sperduta nell’entroterra tra le province di Roma e Latina e ormai chiusa da quarant’anni o giù di lì, e il piatto imperiale di quel giorno memorabile fu una pasta con l’umilissima borragine che cresceva spontanea sul greto dei fiumiciattoli di campagna.
I bonellidi a cui mi riferisco sono dunque quelli anni ’70: roba da battaglia, vera e propria carnazza da edicola, “giornaletti” nel più rotondo e dispregiativo senso con il quale lo pronunciavano genitori, nonni e insegnanti tra gli anni ’60 e i ’70.
Allora il Bonellide non era necessariamente un succedaneo dei ben più rispettabili (qualitativamente e per confezione) prodotti bonelliani, ma una vera e propria categoria dello spirito editoriale: anche la Sergio Bonelli Editore (che non si chiamava ancora così) pubblicò dei veri e propri bonellidi – perché tali erano, a tutti gli effetti, Gil e Judas, come anche Akim (e forse pure il Comandante Mark).
Per chi come me aveva una fame inestinguibile di storie a fumetti (al tempo, Bonelli pubblicava una frazione di quanto pubblica oggi), il Bonellide poteva rappresentare una soluzione-tampone per non morire d’inedia tra un Tex e l’altro o tra uno Zagor e un Mister No.
Indubbiamente, molte di quelle pubblicazioni e di quelle storie erano rustiche in un senso ben diverso da quello suesposto, ma ve ne furono altre il cui ricordo è ancora vivo nella mia memoria, e che nella loro spartana semplicità da battaglia, meritano davvero di essere ricordate. Di quegli anni restano, in particolare, cinque personaggi.
Jesus fu ben più di un buon bonellide: la ristampa della IF di pochi anni fa ha mostrato un personaggio che non è per nulla invecchiato e anzi ha guadagnato dal passare del tempo, un western revisionista senza alcuna tentazione woke che sarebbe stato benissimo nella scuderia di via Buonarroti da fratello minore più spiccio e pragmatico di Tex.
Coyote è probabilmente il fumetto più trucido che io abbia letto: oggi può essere riclassificato come un capolavoro pulp, anzi super pulp, d’antiquariato, ma leggibile anche con occhi contemporanei, più scafati; narrativamente dignitosissimo e intenso, riuscirebbe tutt’ora a emozionare (altro che fighetterie bonelliane come Deadwood Dick).
Lupo Bianco era un buonissimo western, o giù di lì, un po’ più “normale” di Coyote, con cui si alternava in edicola secondo una formula di bimestralità mensile.
Zan della Jungla era un tarzanide decisamente alternativo e parecchio kitsch, ma anche una lettura piuttosto fantasmagorica e stimolante per un ragazzo, e pur con qualche debito nei confronti di Akim era sicuramente molto più interessante di quest’ultimo.
Infine Koko, un personaggio abbastanza lontano dai canoni del tempo, che esplorava tematiche ecologiche e simili, poi “esplose” un paio di decenni più tardi.
Ai giorni nostri il Bonellide è commercialmente improponibile (gli stessi albi bonelliani classici appaiono sempre più inattuali), nonostante ogni tanto qualcuno si faccia coraggio (o si armi di arroganza?) e tenti ancora la strada dell’edicola con opere, per taglio narrativo e formato, rubricabili come tali – comunque più vicine a quei neobonellidi proliferati dagli anni ’90 in avanti che agli spartani personaggi di cui scrivevo dianzi.
Confesso che quei giornaletti mi mancano; un effetto nostalgia è chiaramente presente: mi mancano i dieci, i dodici, i quindici anni di allora, e non solo Jesus o Coyote; tuttavia mi manca, da lettore di migliaia di storie di ogni tipo, anche quel modo di raccontare storie.
Mi manca quel lineare, schietto, talvolta sporco e senza dubbio artigianale lavoro di fascinazione che, con pochi e rudimentali componenti imbastiva quegli albetti dalla veste asciutta (per non ripetere spartana) che accompagnavano pomeriggi o mattinate, riempiendoli di quell’elettrizzante frisson che è il vero nutrimento di un ragazzino. Non certo in sostituzione, ma in aggiunta ai fumetti che leggo oggi.
