Eureka Pocket n.7 “Brick Bradford”

Le storie degli anni '70 che hanno creato il mio immaginario fumettistico

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Negli ultimi tempi, c’è un’espressione troppo spesso abusata che circola nel mondo sportivo, e cioè “O perdo o imparo” (seconda, forse, soltanto all’altra che recita “Chi vince festeggia, chi perde spiega”).

È una frase che, fatte le debite proporzioni, si potrebbe applicare alle mie “scoperte fumettistiche” di fine anni ’70, una volta approdato al liceo e ad un universo più ampio e variegato di quanto vissuto fino a quel momento con gli amici e i compagni di scuola del (pur adorato) paesello: ogni volta che acquistavo un Oscar Mondadori o un Eureka Pocket usati, finivo per leggevo un buon fumetto oppure – grazie alle prefazioni, spesso curate da Carlo Della Corte come in questo caso – raccoglievo quanto meno informazioni utili per ulteriori letture.
A questo volumetto, in particolare, arrivai partendo dall’Oscar dedicato a Jeff Hawke di cui ho parlato in questo articolo, grazie all’introduzione in cui venivano indicati altri fumetti fantascientifici, tra i quali – appunto – Brick Bradford.

Se la lunga avventura dedicata a Fuego il pirata, divisa in due parti, non mi “prese” più di tanto, soprattutto a causa dei disegni di Clemence Gray che non mi riempivano l’occhio e sembravano vanificare le continue svolte della trama sviluppata da William Ritt, l’introduzione di Della Corte mi fece comunque scoprire un sacco di cose:
– Innanzitutto, l’applicazione delle modifiche autarchiche ai fumetti stranieri degli anni ’30 pubblicati in Italia, di cui avevo sentito fin lì parlare vagamente: il protagonista veniva infatti chiamato Guido Ventura ma anche (in altre edizioni) Antares e/o Marco Spada;
– Di conseguenza, il fatto che fosse ambiguo citare Nembo Kid e Superman come due personaggi distinti (nella canzone Fumetto di Lucio Dalla, sigla del mitico programma TV Gli eroi di cartone);
– L’esistenza di un’avventura di Brick Bradford che era servita da spunto a Guido Nolitta (come da lui ammesso in un’intervista) per la creazione del Titan zagoriano, anche se il mostro d’acciaio originale era moooolto più alto;
– Infine, secondo il curatore, il Flash Gordon di Alex Raymond era “più fantascientifico” di Brick e valeva la pena darci un’occhiata (nonostante la versione filmica fracassona che uscì pochi mesi dopo, ricordata soprattutto per la colonna sonora dei Queen).

Negli anni successivi, stimolato da un’ulteriore “suggestione bonelliana” in cui il protagonista veniva indicato come possibile ispirazione grafica per Martin Mystère (anche se Giancarlo Alessandrini l’ha sempre smentito), lessi qualche altra avventura di Brick, ma senza entusiasmarmi: quelle tematiche mi sembravano ormai troppo datate e inferiori ad altri fumetti simili, “invecchiati” meglio.

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