Un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera…

Paperino e il Flagello degli Otto Mari su Topolino 3649

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Un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera…
Ha inizio quasi con queste parole la Grande Avventura di un giovane Paperino: in un passato atemporale, forse un vero e proprio otherwhen, il giovane Paolino Paperino parte alla volta del proprio destino, incontro e contro alle proprie paure, dietro ai propri sogni e sulle tracce del sacro Graal di ogni Avventura con la “A” maiuscola: un tesoro (un tesoro che abbia valore per un giovane, romantico e appassionato sognatore). 
 
La storia scritta da Marco Nucci e disegnata da Fabrizio Petrossi si dipana su due episodi, pubblicati entrambi sul medesimo albo di Topolino (il numero 3649), come fossero i due tempi di una vecchia pellicola cinematografica, della quale in effetti evoca, anche cromaticamente grazie alla colorazione dal sapore anticheggiante, suggestioni profonde e in grado di riscaldare le emozioni di lettori stagionati.
 
Il racconto è un gioco a più livelli che si presenta in prima battuta come la narrazione della prima avventura giovanile di un personaggio in fieri, che però è anche un personaggio con novant’anni di storia alle spalle, e che su questo aspetto fonda qui la complicità contingente con il lettore – nello specifico quello stagionato a cui accennavo. All’interno di questa cornice vi è la più classica delle quest dell’onorata tradizione della letteratura avventurosa, quella che ha sostanzialmente fondato il romanzo occidentale moderno – e poco importa che il racconto sia declinato in salsa disneyana a smussare gli aspetti più drammatici: sebbene addolciti, anche tali elementi sono ben presenti e completano una storia che si legge davvero come un gran racconto di mare e avventura, e che in più si fa leggere con sorrisi più frequenti e la consapevolezza che tutto, proprio tutto, finirà bene.
Più all’interno vi è il percorso di crescita del giovane Paolino, un bildungsroman in miniatura che conduce il nostro paperotto a domare le proprie paure (la più grande, gigantesca!) e anzi “farsele alleate”, come ci soccorre la storia, che si conclude con la giusta scena madre che sancisce l’alleanza. 
 
Il gioco più riuscito di questo meccanismo ben congegnato e sapientemente sceneggiato è forse un altro, però. Di primo acchito i disegni che l’autore stesso definisce sperimentali possono lasciare perplessi; ma al di là dell’evidente maestria tecnica che emerge dal dinamismo delle scene e dei personaggi, dall’incisiva espressività dei volti e delle posture, dalla naturalezza a un tempo realistica e cartoonesca degli scenari esotici, quel che più risulta convincente nella sfida dei disegni di Petrossi è come egli sia riuscito a cogliere la natura di straniante altroquando del racconto, lo struggimento di un passato di sogni infantili e quasi adolescenziali fatti di letture affascinanti e film visti nel buio dei cinema, e abbia di conseguenza saputo visualizzare queste sensazioni traducendole in tavole che al contempo riconosciamo e disconosciamo come disneyane, che ci raccontano di un Paperino che non è del tutto quello dei nostri ricordi, ma che si fonde con ricordi molto più ampi e con tracce emotive più profonde, saldandole a sé e a noi. Noi lettori un po’ stagionati.

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