“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.”
Un incipit secco, asciutto, quasi telegrafico quello de Il deserto dei Tartari, il romanzo che ha consacrato Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Nonostante questa frase risulti semplice e apparentemente poco significativa, per chi ha letto e amato il romanzo dell’autore bellunese rimane indelebilmente impressa. Forse la stessa cosa è successa anche a Pasquale Frisenda, il vero artefice della nascita e della realizzazione di questo libro a fumetti, come lo stesso disegnatore ama definirlo.
E migliore definizione non potrebbe esserci.
La trasposizione in immagini, sostanzialmente fedele all’opera, riesce ad esaltarla donando sapientemente forma alle parole.
Proprio dai numerosi e ispirati interventi social riguardanti Dino Buzzati del disegnatore milanese, in particolare quelli riguardanti la sua opera più famosa, partì l’idea di produrne una versione a fumetti. Evidentemente la passione trasmessa in quei post colpì nel segno e convinse la redazione della Sergio Bonelli Editore a commissionare questo impegnativo e complesso lavoro nel lontano 2019.
Una complessità dettata non solo dall’ingente impegno produttivo, ma anche – e soprattutto – interpretativo di un romanzo che non si presta in maniera così immediata ad una riproduzione grafica.
Perché un romanzo che si basa sull’attesa di un evento (l’arrivo dei Tartari) che non si verificherà mai – sacrificio inutile ma anche sottilmente affascinante – non ha quell’immediatezza tipica invece di altre opere.
I lunghi silenzi, i momenti onirici e le mute riflessioni del protagonista possono rappresentare per uno sceneggiatore un rebus di difficile soluzione.
E qui sta la grande bravura di Michele Medda, veterano di casa Bonelli, che riesce a dare le giuste coordinate alle diverse situazioni del romanzo, gestisce brillantemente i vari snodi narrativi, costruisce dialoghi mai banali e, più in generale, sembra anch’esso immedesimarsi nella storia, al pari di Frisenda.
Lo testimonia una curiosità che lo stesso Medda rivela nel suo blog: dovendo dare un nome di fantasia all’ospedale in cui è destinato a recarsi Drogo, l’autore sceglierà un santo inesistente, San Celso, scoprendo solo successivamente che lo stesso nome era stato utilizzato dallo stesso Buzzati ne “Le storie dipinte”.
Una memorizzazione inconscia davvero sorprendente.
Commentare il lavoro di Pasquale Frisenda è esercizio pleonastico.
Mai come in questo caso la tavola parla per l’autore stesso, con un magistrale e sapiente uso della mezzatinta che ne arricchisce ogni singolo dettaglio.
Non sarebbe più il caso di sorprendersi davanti alle sue opere, ma in ogni singola vignetta c’è un lavoro talmente minuzioso che rapisce e meraviglia.
Nessun particolare è lasciato al caso: nei nomi delle vie e nelle insegne dei negozi, sono presenti autentici omaggi alla vita – anche personale – di Buzzati, segno di una meticolosa ricerca e un profondo rispetto per il grande scrittore.
Ciascun compagno di “viaggio” di Giovanni Drogo è raffigurato con grande cura: dalle loro espressioni emergono emozioni spesso trattenute e cupe, frutto di quella attesa vana e inconcludente. È la maledizione della Fortezza Bastiani, una malattia che lentamente – ma in modo inesorabile – si insinua nelle menti e nel corpo di chi ci vive.
Emblematico in questo senso il sorriso che Drogo accenna quando – dopo una lunga licenza – ritorna alla fortezza, dimostrando in modo inequivocabile il suo desiderio di essere parte di quel mondo esclusivo.
Le parole che il capitano Ortiz – nel momento del congedo – rivolge a Drogo risuonano come un monito inascoltato, quasi inaccettabile:
“Noi pretendiamo troppo dalla vita. Dopotutto, forse ci tocca sempre quel che si merita, non ha senso pretendere di più […] Mi dia ascolto Drogo, vada via da qui, prima che sia troppo tardi.”
Sono di grande effetto le tavole che rappresentano l’imponente fortezza, con le sue mura e i suoi bastioni, i particolari degli interni delle anonime camere, gli angusti corridoi e le spaziose e fredde sale ricreative a disposizione degli ufficiali.
Ma a impressionare è l’immensità del deserto che si scorge in tutta la sua desolazione dall’alto delle mura, uno spazio senza limiti che sembra pronto a inghiottire la stessa fortezza e i suoi abitanti.
La nebbia che ne vela l’orizzonte incute paura e sospetto, donando tuttavia anche la paradossale speranza che ne esca quel nemico tanto atteso, seppure temuto.
Il giovane tenente, nel corso degli anni, capirà che quell’evento in grado di dare un significato alla sua vita non è destinato ad avverarsi.
Mai.
Invecchiato precocemente, vittima del tempo che scorre senza alcun sussulto, vuoto di affetti e senza più gli amici di un tempo, Giovanni Drogo sarà costretto ad abbandonare la fortezza proprio quando si palesa un attacco nemico, crudele beffa di un destino che non fa sconti.
Proprio nel finale della storia, stanco e malato, Drogo troverà finalmente l’occasione attesa da tutta una vita, quella di provare il suo valore di fronte ad un nemico implacabile che attende ognuno di noi e che ci strapperà da questa vita terrena.
“La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.”
Se le parole scelte da Buzzati ancora emozionano, l’immagine che gli autori ci hanno voluto donare è altrettanto toccante e poetica, con il protagonista tornato fanciullo che sale sulla nera carrozza pronta a traghettarlo verso l’aldilà.
Il bagliore di luce che avvolge la carrozza e che sfuma l’oscurità della notte trasporta anche noi verso un finale ineluttabile, in cui si richiudono cancelli che non potranno aprirsi mai più.
