Dago – Le Origini n.1:
Il nobile schiavo

Le prime storie di Dago tornano con Sprea

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“Il suono lugubre, cupo, delle grandi campane ha invaso le vecchie calli oscure, i neri canali dall’acqua immobile, gli antichi palazzi che il tempo corrode. Venezia si piega su se stessa nella notte rotta solo dai lamenti dei gatti e dallo sciabordio di un remo.”

Questa era la prima didascalia dell’esordio di Dago su Lanciostory, nel 1983.

La nuova versione, con traduzione e adattamento di Gianluca Piredda, è questa:
“Le campane rintoccano cupe. La loro voce metallica, grave, quasi lugubre, si moltiplica in un’eco tra i vecchi vicoli immersi nell’ombra, sopra i neri canali dalle acque immobili e gli antichi palazzi logorati dal tempo… Venezia si accoccola nella notte gelida, gatti e fantasmi vagano tra le nebbie… Un remo sciaborda…”

Wood scriveva così:
“Las campanas redoblaron gravemente y su voz metalica, pesada, casi lugubre se multiplico en ecos por los viejos callejones en sombras, por sobre los negros canales de aguas quietas, sobre los antiguos palacios agotados de tiempo… Venecia se acurruca en la noche helada. Gatos y fantasmas reptan por las tinieblas… Un remo chapotea…”

Eccoci qua: solo questa prima dida potrebbe scatenare un putiferio.
Sergio Loss, o chi per lui, aveva adattato rendendo meno pesante la lunga didascalia di Wood. Piredda rimane fedele all’originale e questo è il giusto modo di rappresentare l’opera.

La verità è che Dago ormai è una leggenda del fumetto. Come tutte le leggende ci saranno sempre le rocche inespugnabili della versione precedente e quelli che invece vorrebbero la fedeltà pura.

In tempi di anastatiche a colori di opere in bianco e nero, tutto ciò non ha alcun senso.
Godetevi Salinas e Wood, godetevi Piredda e Loss, godetevi Dago insomma senza pensare se è meglio Grendizer o Goldrake.
Soprattutto godetevi questa edizione in bianco e nero, che valorizza le tavole del grande Alberto e le sue linee classiche, di grande formato, con l’impaginazione corretta.
Godetevi la retorica delle didascalie della Leyenda e i suoi intrecci.
Godetevelo e basta.

Perché questo meritano tutti loro, dagli autori ai primi traduttori e adattatori a quelli nuovi.

Credo che Loss, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, sarebbe felice di vedere Dago sempre in edicola piuttosto che vedere il suo adattamento ammuffire in un vecchio armadio. Amava il fumetto, amava Wood e amava Dago.

Detto ciò, derivante da alcuni commenti in rete che mi hanno lasciato basito, aggiungo “Grazie Sprea, grazie Gianluca Piredda, grazie a Vincenzo Perrone e a tutto lo staff”.

È il momento del feticismo adesso, ho paura ad aprirlo per il timore di rovinarlo. Mi succede sempre, ma passa presto. Sono fatti per essere letti mi dice la mia parte razionale, leggilo subito gli fa eco la mia parte rimasta bambina (quella che vince sempre).

Il formato mi piace tantissimo, la brossura e la carta sono buone, il bianco e nero è quello che volevo e che ho in mano, le tavole di Salinas viste così sono spettacolo puro.

Conoscendo alla perfezione le vicende inizio dalla parte editoriale.
Sin dall’inizio si chiarisce l’intento della nuova edizione: mettere al loro posto le didascalie tagliate e i disegni riadattati, rendere l’opera esattamente come era nell’intento di Wood e Salinas. Aggiungo che il “rigorosamente in bianco e nero” mi ha strappato una lacrimuccia di felicità, senza le impressioni personali non mi diverto per nulla. Destinata anche ai nuovi lettori, a quelli che non hanno tutta la collezione di Lanciostory o Skorpio o gli inserti o i volumi monografici, che hanno l’opportunità di leggere per la prima volta una delle saghe più belle del fumetto argentino e non solo.

Di seguito abbiamo i primi diciassette episodi, drammatici, retorici, divertenti, magici, non riesco a trovare altri aggettivi, se ce la facessi scriverei i testi di Carmen Consoli. Nessuno spoiler, come ho detto prima godeteveli e basta. La fase della schiavitù ha delle vette notevoli, questo è quanto.
Intanto c’è la crescita di Dago che porta pian piano alla scomparsa di Cesare Renzi, all’inizio aiutato da Selim, che in soli tre episodi emerge come figura cardine, un Virgilio che guida Dante nell’Inferno della Schiavitù. Il tratteggio di Salinas è talmente ruvido da farti quasi sentire le frustate e i colpi.
Il suono sibilante, fastidioso, cessava con uno schiocco ruvido mentre la pelle pareva urlare d’agonia. Quei vecchi disegni avevano il potere malefico dell’evocazione, ringhiando verso l’incauto lettore. Le didascalie una retorica intinta nel sangue e nel sudore caduto nel buio mare di Algeri. Sotto quelle acque, unito a logori capitelli consumati e, a polene violentate dalle perfide mareggiate, nasceva la leggenda di Dago.

Spero che Robin mi perdoni per questo excursus, ma è per colpa sua che da adolescente scrivevo imitando le sue affascinanti didascalie. Lette poi con interezza, nella fedeltà annunciata prima, hanno nuova forza, persino per chi come me ha letto molte volte queste prime storie. Leggere il primo canto funebre delle prefiche è diverso da leggere solo canto funebre, risalta di più. Negli anni ’80 termini così complessi potevano forse disturbare il lettore, l’idea di fondo era quella di renderlo scorrevole e adatto a ogni tipo di consumatore fumettistico. Anche di questo parlai con Loss, sia telefonicamente che di persona in alcuni raduni romani organizzati dall’allora Eura, giornate fantastiche e tanti nuovi amici. Proprio in risposta alle mie domande e curiosità, mi raccontò di queste precise scelte editoriali.

Il percorso continuerà con il remo, confonderà schiavi e padroni, si immergerà nella pesca delle sanguisughe dove si brinderà persino ai vermi. La peste porterà la fine di nuove amicizie e la conoscenza di Hussein Bey. Nel solco dei romanzi d’avventura Dago amerà, morirà e tornerà a vivere, sventerà complotti e ne provocherà altri. In diciassette episodi succede di tutto, un inizio straripante. L’alchimia tra Wood e Salinas è unica, dettata probabilmente dalla libertà che le sceneggiature della Leyenda lasciavano al disegnatore.

“Ha gli occhi pieni di notte e le mani nere di sangue rappreso”, così finisce questo primo volume. In cui appare Barbarossa, figura importante nella saga del buon Cesare. In attesa della polvere, di Orbashà, di tutto quello che in seguito arriverà, che sarò lieto di rileggere.

In chiusura abbiamo un articolo che parla della nascita del Wood fumettista e di Dago, molto interessante e con aneddoti che sono esattamente Robin Wood.

Mi stona l’attribuzione di Calico Jack alla Leyenda: a quanto so io, A traves de Oceania era di Albiac e Lito Fernandez, proseguita in seguito dal solo disegnatore. Non so se si parli di un altro personaggio o se sia un refuso. All’interno poi si legge un moderva invece che mordeva, magari potrà servire per un’eventuale ristampa.
Non che in realtà rovini la mia impressione e la mia lettura.

Puro spettacolo. Attendo Nippur con impazienza.

Spero di rivedere Chaco sia nella versione Salinas che in quella Casalla, Mojado, Munro, Nan Hai e tantissime altre storie di Wood, in queste versioni.

Continuerò a comprare in edicola e non da Internet però.
Anche perché se in un piccolo paese arrivano questi fumetti c’è un motivo.

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