C’era una volta il fumetto

"I fumetti che hanno fatto l'Italia" di Roberto Alfatti Appetiti

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Siamo quello che leggiamo. Ne sono sempre stato convinto, e sicuramente vale per ciò che io ho letto e per quel che io sono. Sono certo che i libri e i fumetti – e vorrei dire soprattutto i fumetti – hanno segnato la mia vita, arricchito la mia cultura, plasmato il mio carattere, forgiato le mie convinzioni ma anche alimentato i miei dubbi. Altrettanto mi sento di affermare per molti dei miei coetanei, per tanta gente più anziana e per un buon numero di più giovani. Quindi, esistono dei fumetti che hanno fatto, o contribuito a fare, delle persone. Ricordo un aneddoto personale: una volta mia madre chiese alla maestra se la mia passione per i “giornalini” potesse avere delle conseguenze sul rendimento scolastico, e le fu risposto che, stando ai risultati, se un’influenza c’era, era positiva.

E oggi? I fumetti hanno ancora un loro peso nella formazione delle nuove generazioni, o sono diventati ininfluenti? Spero non pretendiate da me una risposta, e anzi sarei felice di ascoltarla da chi volesse argomentarmene una. Magari il successo di Zerocalcare e la diffusione dei manga possono ben voler dire qualcosa in proposito. Forse ci sono fumetti seguitissimi sul Web e fruiti online, che mi piacerebbe conoscere avendo qualche consiglio al riguardo.

tex 001 jpegMa lasciatemi ritornare sui “giornalini”, quelli di carta, quelli che una volta leggevamo tutti, ma proprio tutti. Magari non conoscevamo i nomi degli autori, ma le edicole straboccavano di testate nuove, sorprendenti e audaci, in grado di riempire di emozioni gli acquirenti che, appunto per questo, le affollavano in anni in cui non c’erano Internet e i videogames. Perfino Tex, al suo apparire, apparve dirompente: era un fuorilegge, sparava come uno dei protagonisti di Grand Theft Auto e usava un linguaggio tutt’altro che da persona per bene. Per non parlare degli eroi del fumetto nero (Kriminal su tutti, così politicamente scorretto), o delle sexy eroine della grande stagione dei fumetti erotici, in cui l’eros però si mescolava in maniera indissolubile con la thanatos, la pulsione di morte, con risultati che davano i brividi. Perché poi tutta la teoria critica e filologica, tutte le ricostruzioni storiche e le contestualizzazioni riguardo ai fumetti (come tutto l’armamentario teorico riguardo a qualunque cosa, verrebbe da dire) si riducono a capire la magia di un brivido.

Insomma, i fumetti denunciavano, scandalizzavano, facevano incaz*are, eccitavano, ma anche semplicemente divertivano perché poi c’erano pure quelli per bambini, ragazzi e adolescenti che servivano però ad allevare i nuovi lettori da passare agli altri. C’erano riviste come Intrepido e Monello che vendevano centinaia di migliaia di copie e praticamente non si sentiva dire di qualcuno che non leggesse o quel fumetto o quell’altro. Le idee circolavano anche attraverso le strisce pubblicate su Linus o su Eureka, per non parlare delle storie di Alter, di Frigidaire o di Cannibale. In questo clima fiorivano le case editrici, perché più i fumetti si leggono più c’è qualcuno che li pubblica. E i giovani autori trovavano sempre il modo di fare gavetta, a bottega da colleghi già affermati o negli studi professionali, pubblicando prima su piccole testate per approdare poi su quelle grandi una volta che si fossero fatte le ossa.

«Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maîtres à penser»: faccio mie queste parole di Roberto Alfatti Appetiti, lette sul suo libro I fumetti che hanno fatto l’Italia. Non saprei dire che cosa incendi oggi le anime: però sarebbe bello che le tante cose straordinarie che la Nona Arte ha regalato all’umanità (e continua a farlo) non finissero nel dimenticatoio.

Proprio l’interessante saggio di Alfatti Appetiti che ho citato può servire allo scopo. La tesi dell’autore, manifestata fin dal titolo, è che come le nuvole di carta hanno fatto le persone, hanno contribuito anche a fare l’Italia, a dar vita a una pur turbolenta coscienza nazionale (non uso il termine “identità” per non creare equivoci). Senza procedere in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal Corriere dei Piccoli), bensì saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio sulla base dei collegamenti di idee e di cortocircuiti, Alfatti Appetiti percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici.

Non c’è spazio per i fumetti edulcorati e “rassicuranti”: Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto. A cominciare dagli eroi in camicia nera di Antonio Rubino o da quelli americani importati da Mario Nerbini, che entusiasmavano anche i figli di Mussolini, nonostante l’autarchia culturale imposta dal regime. “Eccetto Topolino”, non a caso, si dice abbia ordinato lo stesso Duce censurando tutti i comics d’Oltreoceano tranne quelli disneyani. Nel Dopoguerra nasce Pantera Bionda, la Tarzan in (succinta) gonnella di Gian Giacomo Dalmasso, che giunge alla fine degli anni Quaranta a gettare scompiglio tra la gioventù e viene fatta rivestire dal Tribunale.

Meno male che negli anni Sessanta arriveranno prima Satanik e poi Isabella a gettare le fondamenta della liberazione sessuale a fumetti: anch’esse, insieme ai “neri” che affrontano per la prima volta i temi scabrosi della corruzione e del malaffare, destinate comunque a subire denunce e sequestri. Ma a far palpitare i cuori ci sono anche eroi come Capitan Miki e Tex, e in séguito (ognuno gettando il proprio seme) le saghe della Storia del West e di Ken Parker. E come non parlare della grande stagione delle riviste? Linus ed Eureka, di sinistra l’una e di destra – forse – l’altra, però con i Peanuts (il cui autore era un conservatore) sulla prima e le Sturmtruppen (il cui autore non era certo un conservatore) sulla seconda, e con Benito Jacovitti ostracizzato dalla redazione linusiana perché anticomunista ma anche dal Diario Vitt perché passato a illustrare il Kamasutra. Interessante anche il capitolo sul Commissario Spada (e sui collegamenti con gli Anni di Piombo), fino ad arrivare a parlare di Ranxerox e di Andrea Pazienza, esaminati in modo non banale e con un’ottica diversa da quella che si usa di solito.

Insomma: nel libro in questione, la storia dei fumetti viene analizzata, in modo brillante, alla luce dell’impatto ideologico e della sua forza di incidere sui dibattiti e sui costumi. Lasciando che i miei nipoti si lascino liberamente forgiare da TikTok, io mi limito a constatare di essere stato modellato da Alan Ford. Peccato che fra gli aneddoti storici rivisitati dal Numero Uno non ci sia (ancora) stato quello della morte di Socrate dopo aver bevuto la cicuta, però sarebbe divertente una versione messa in parodia delle ultime parole del filosofo così come le tramanda Platone: “È venuta l’ora di andare: io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a un destino migliore, solo gli dèi possono saperlo”.

Roberto Alfatti Appetiti
I FUMETTI CHE HANNO FATTO L’ITALIA
Breve storia dei comics nel Bel Paese
Giubilei Regnani Editore
2014, brossurato
170 pagine, 14 €

 

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