Ho già parlato, in vari articoli precedenti, della mia predilezione per alcuni fumetti ambientati in Algeria e, più in particolare, realizzati da Jacques Ferrandez, soprattutto per due one shot tratti da opere di Albert Camus (Le premier homme e L’étranger). Oggi parlerò invece della sua serie più famosa, un grandioso affresco sulla storia dell’Algeria – dalla colonizzazione francese degli anni ’30 del XIX secolo fino ai giorni nostri – che si è sviluppato in dodici volumi pubblicati tra il 1987 e il 2023.
1987: Jacques Ferrandez, nato ad Algeri alla fine del 1955, pubblica presso Casterman – nella collezione “Studio (A Suivre)” – un albo intitolato Carnets d’Orient (poi ribattezzato Djemilah nelle ristampe, quando il titolo di questo primo albo diventerà quello dell’intera serie), ambientato in Algeria nel 1836, pochi anni dopo l’inizio della colonizzazione attuata dai Francesi che fa da sfondo alle avventure di un pittore infatuato dall’enigmatica Djemilah: più che una donna, un simbolo di questa Algeria inafferrabile e invisibile.
Nelle intenzioni dell’autore, l’albo doveva costituire un unicum, tanto che le avventure del protagonista si chiudono, nel 1846, con queste sue parole:
“L’Oriente è una donna che talvolta si offre, talvolta si nega. L’Oriente è una donna che vogliamo conquistare e possedere, arrivando fino allo stupro. L’Oriente è una donna che ci sfugge sempre.”
Il grande successo ottenuto spinge invece Ferrandez a continuare questo primo ciclo di avventure, che alla fine sarà costituito da cinque albi in cui le “piccole” storie dei personaggi continueranno a intrecciarsi con la Storia algerina.
Il quinto albo, in particolare (Le cimetière des Princesses) viene pubblicato nel 1995 ed è ambientato nell’estate del 1954, appena prima dell’inizio della guerra d’indipendenza algerina che si protrarrà fino al 1962.
Ed è proprio sulla guerra d’indipendenza che si basano i cinque albi del secondo ciclo dei Carnets d’Orient, a partire da La guerre fantôme (titolo quanto mai programmatico) che viene pubblicato – sempre da Casterman – nel 2002.
L’ultimo albo del ciclo (pubblicato nel 2009) ha un titolo ancora più esplicito – Terre fatale – e mostra fin dalla copertina gli slogan che segnarono quegli anni sanguinosi, con la repressione francese alla fine sconfitta (sull’argomento, consiglio nuovamente la visione del fondamentale La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo). Nei muri sullo sfondo, campeggiano le scritte “Viva l’Algeria”, “Viva l’FLN” (Fronte di Liberazione Nazionale), “Algeria Francese” e “Vincerà l’OAS” (Organizzazione Armata Segreta).
Anche questo secondo ciclo si chiude in modo emblematico, con l’algerino Bouzid che fronteggia il francese Octave, capitano dell’esercito, il 4 luglio 1962 – giorno della proclamazione dell’indipendenza algerina:
“Stavolta è la fine per voi, pieds-noirs* […] I 132 anni che la Francia ha trascorso qui sono finiti […] Ma non ti ucciderò… Ci sono già stati troppi morti… Oggi si costruisce un Paese: la nuova Algeria.”
*Il termine pied-noir indicava i coloni europei, stabilitisi in Algeria tra il XIX e il XX secolo, poi emigrati in gran parte in Francia nel 1962 (dove venivano invece indicati con il termine “rimpatriati”).
Nel 2021, Ferrandez decide di rimettere mano a questo grandioso affresco storico in modo da completarlo con il periodo successivo alla proclamazione dell’indipendenza e che include anche il tragico decennio, alla fine dello scorso millennio, segnato dalla guerra civile che ha visto fronteggiarsi le forze governative (salite al potere con un colpo di stato) e i miliziani islamici. Queste “suites algériennes” occupano in tutto due volumi, di cui l’ultimo – pubblicato nel 2023 – mette la parola fine all’intera serie, aprendosi all’ottimismo generato dalle “primavere arabe” dello scorso decennio:
“Questa ribellione pacifica è il segno di un’insurrezione… Un’immensa speranza per la gioventù e per tutto il popolo […] Abbiamo il diritto di avere un Paese nostro, di cui andare fieri. È finalmente l’ora di recuperare la nostra indipendenza.”
Tre cicli, dodici albi che coprono quasi due secoli di storia algerina, una testimonianza che vale davvero la pena leggere. Ferrandez si basa su solide fonti documentate ma il risultato è ben più attraente, tanto per fare un esempio, dei volumi della Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi in cui i disegni erano completamente e didatticamente asserviti ai testi. Le avventure dei personaggi di questi Carnets d’Orient sono invece palpitanti e coinvolgenti, grazie anche a uno stile spesso “pittorico” che si è splendidamente evoluto nel tempo (ricordo ancora che tra il primo e l’ultimo albo sono trascorsi ben 36 anni). Un vero peccato che, in Italia, siano state pubblicate solo quattro storie del primo ciclo (saltando il secondo albo, L’année du feu) sulle pagine di Comic Art, negli anni Novanta.
Per completezza d’informazione, ricordo che Casterman sfruttò il grande successo della serie di Ferrandez pubblicando – tra il 1999 e il 2001 – una sorta di spin-off che, sotto l’ “ombrello” del titolo Carnets d’Orient, proponeva invece quattro Carnets de voyage dedicati a Siria, Istanbul, Iraq e Libano. Nel 2006, però, Ferrandez illustrò un quinto, interessante carnet de voyage dedicato ad Algeri, riguardante i suoi ritorni nella città in cui era nato (da cui partì, con la sua famiglia, all’inizio del 1956) e in cui incontrò il noto scrittore Rachid Mimouni.
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