Supergirl the woman of tomorrow

“Supergirl: the woman of tomorrow” di King, Evely & Lopes

La (non) origin story di Kara

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La tessitura narrativa di Tom King è sempre caratterizzata da un approccio che, seppur non necessariamente lineare, nasconde però una precisa composizione di molteplici e ben stratificati livelli di lettura (cfr. ad esempio qui e qui).

Non è ormai più un segreto che il prossimo film su Supergirl targato James Gunn – e di cui abbiamo avuto un primo assaggio da poco in sala – tragga spunto proprio da questa run. Non siamo però dalle parti dell’ennesima origin story, anche perché la figura di Kara Zor-El è stata già più volte codificata e ricodificata. King imbastisce una novella che si pone a metà strada tra il viaggio dell’eroe e il romanzo di formazione, con (tra gli altri) inserti di Kipling e rimandi più o meno diretti ai Salmi del Vecchio Testamento; è per certi versi l’ennesima variante dell’archetipo già splendidamente rappresentato da Lone Wolf & Cub, con Supergirl che fa da guida / mentore / custode / assassina prezzolata per la piccola contadina Ruthye, il cui padre è stato ucciso a sangue freddo da Krem delle colline gialle.

Ciò non toglie che l’autore riesca a infilare rimandi diretti alla storia personale di Kara, mascherati da ricordi e riflessioni, durante questa lunghissima caccia all’assassino che si trasforma inevitabilmente in una serie di (side)quest, alcune delle quali ci vengono solamente accennate.

Il punto di vista rimane sempre quello di Ruthye che, ormai anziana, ricorda della sua maturazione – soprattutto interiore – sotto la guida di Kara, volta soprattutto ad imparare quanto è piccolo ogni essere vivente di fronte all’immensità delle storie che un universo può raccontare; e piccola può alla fine essere anche la stessa Kara, nonostante la vastissima portata dei suoi poteri, i quali però non costituiscono mai il vero fulcro del racconto – anzi, l’attenzione viene a più riprese posta sulla caducità della sua condizione, in relazione a quale sia il tipo di sole che in quel momento la illumina.

La brasiliana Bilquis Evely compie in questa run un lavoro di pregevole fattura, che infatti le ha procurato nel 2021 la sua prima nomination agli Eisner Awards – spoiler: obiettivo raggiunto nel 2025, sempre in coppia con King. 

La sua prosa grafica ricorda per certi versi le plastiche spigolosità di Matteo Scalera – complici anche i colori di Matheus Lopes – ma per il resto il risultato del suo lavoro “per sottrazione” restituisce dei personaggi vivi e vividi, dalla recitazione essenziale anche nelle sequenze d’azione, ma al contempo fortemente espressiva.

La run si conclude in maniera quasi anticlimatica, come spesse volte accade nella vita reale; ciò non diminuisce però lo spessore dell’epica del viaggio che ha portato a quel momento comunque finale.

Se, come si dice in giro, “ogni viaggio inizia con un singolo passo”, oppure “non è tanto la meta a contare, quanto il viaggio in sé”, l’epopea dalle sfumature western di Ruthye e Kara vale davvero il prezzo del biglietto, perché racconta alla fin fine la storia di ciascuno di noi – che sia vera o solo immaginata. 

E se da un lato Seneca diceva che “cotidie morimur”, dall’altro ammetteva anche che “vita, si uti scias, longa est”.

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