Dylan Dog n.466 Bis Gli Illuminati

Dylan Dog n.466 Bis “Gli Illuminati”

La recensione del Dylan Dog di Claudio Chiaverotti e Giorgio Pontrelli

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Torna l’albo “bis” estivo di Dylan Dog e torna Claudio Chiaverotti, nell’operazione che continua la struttura what if già sperimentata con successo nella pubblicazione dello scorso anno. L’ambientazione distopica messa in piedi da Chiaverotti incuriosisce fin dalle premesse e, almeno nella sua prima parte, riesce a tenere alta l’attenzione grazie a un amalgama ben dosato di suggestioni, citazioni, contaminazioni narrative ravvivate da atmosfere care al Dylan d’antan.

Chiaverotti pesca a piene mani da fonti come Daybreakers e The Passage di Justin Cronin, rovesciando con intelligenza la prospettiva consueta: i vampiri dominano il mondo e vivono alla luce del sole, mentre gli esseri umani sono creature fotofobiche, relegate a un’esistenza notturna. Un rovesciamento in cui Dylan si muove con naturalezza, dentro un micromondo teso e fanatico, condizionato da un culto religioso tanto pervasivo quanto violento. In tutta questa mise en place, echi pandemici, estremismi religiosi e scenari distopici risultano credibili e coinvolgenti.

In questo scenario ben costruito troviamo un protagonista perfettamente riconoscibile nelle sue sfumature: centrato, piacevole da seguire, Dylan trova spazio per agire senza snaturarsi nonostante assuma un atteggiamento più fisico, più action. Un Dylan che spara, corre e combatte. Spiazzante ma piacevole ritrovare anche un Bloch così uomo d’azione, una variante dinamica rispetto all’ispettore quasi automa degli ultimi numeri, anche se la sua grinta stride un po’ con il perenne stato di semi-pensionamento che lo accompagna da anni. Il tutto è però organizzato in una sceneggiatura che dà troppo spesso l’impressione di muoversi per necessità narrative più che per reale sviluppo interno, sacrificando la coerenza in favore di facili svolte narrative, nonostante l’idea di fondo resti interessante e ben strutturata nella sua premessa.

Perché è proprio nella seconda parte che la narrazione inizia a scricchiolare, complice un crescendo di scelte meno centrate e sviluppi sempre più forzati.

La caccia all’”illuminato” Mathias, scomunicato e perseguitato, trasforma il buon incipit in una lenta caccia all’uomo sostenuta da personaggi piatti e al limite del caricaturale: Mathias, Peggy, Xandor, Farley non sono che archetipi, utili a veicolare tematiche sociali urlate e didascaliche, senza però trovare una vera profondità o credibilità drammatica. La figura di Peggy, in particolare, incarna e sintetizza molte delle forzature presenti in sceneggiatura: onnipresente, sempre al posto giusto nel momento giusto, fornisce collegamenti narrativi spesso pretestuosi. Non meno sacrificato Groucho che, dopo un inizio promettente nella sua classica veste di accoglienza nonsense al cliente di turno, si spegne rapidamente, tornando a essere una spalla inopportuna che sembra vivere una sua storia parallela.

A rendere ancor più fragile l’impianto della storia sono alcune evidenti forzature logiche e incongruenze interne che, pur non compromettendo del tutto la scorrevolezza della lettura, purtroppo minano la credibilità complessiva dell’intreccio.

La critica al potere risulta retorica, l’attacco alle religioni appare un po’ troppo enfatico, il complotto ha sfumature fin troppo populiste e, a completare il quadro, c’è una storia d’amore alla Romeo & Giulietta, con tanto di marito violento che finisce arrestato in modo del tutto pretestuoso. Una delle tante risoluzioni narrative “poco solide”, che lascia perplessi. L’unione impossibile tra i due amanti — da cui nascerà il “figlio della speranza” che salverà il mondo e unirà le razze — assume i toni di una favola new age più che di una riflessione autentica.

Il tutto affonda in un moralismo ingenuo, figlio forse di una poetica anni ’90 che oggi fatica a colpire nel segno, e finisce per smorzare il fascino e la forza dell’interessante impianto narrativo costruito nella prima parte da Chiaverotti, che pure mostrava spunti promettenti.

Quella che poteva essere un’operazione furba, sfaccettata e intelligente, si trasforma così in un racconto prevedibile, zavorrato da ovvietà e manierismi. Un’occasione che parte con suggestioni affascinanti e si perde in una parabola discendente fatta di cliché. Nonostante la caduta nella seconda parte, almeno il ritmo generale della storia rimane sempre sostenuto. Solo durante la caccia all’uomo centrale si avverte un rallentamento più marcato.

Buono invece il lavoro di Giorgio Pontrelli ai disegni: il suo tratto si adatta bene all’atmosfera distopica, e il dinamismo delle scene accompagna efficacemente il tono della narrazione. La decostruzione della gabbia bonelliana, usata con decisione, contribuisce a dare ritmo e tensione, anche se in alcuni passaggi tende a generare confusione nella lettura delle sequenze e nella scansione temporale.
Qualche incertezza nei primi piani — con visi ora squadrati, ora più tondeggianti — e una certa discontinuità nella cura degli sfondi non compromettono però la resa visiva complessiva, che resta coerente con l’impianto narrativo.
L’albo si muove più sui binari della distopia che dell’horror puro, ma Chiaverotti e Pontrelli non rinunciano a inserire alcuni momenti splatter ben calibrati. Questi inserti si amalgamano con discrezione e contribuiscono a rafforzare l’identità visiva del racconto.

 

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Dylan Dog n. 466 BIS “Gli Illuminati”

di Claudio Chiaverotti e Giorgio Pontrelli
16×21 cm, 96 pagine, b/n, 5,80 €
Sergio Bonelli editore, luglio 2025

Pasquale Laricchia

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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