Il male infinito

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Breve analisi del Dylan Dog Color Fest 27

La vicenda ha inizio in Scozia alla fine del secolo scorso con un crudele imperativo: la piccola Cloe deve morire. Ma Ambrosini comincia sin da subito a dare le sue risposte ai dubbi che di li a poco Noè sottoporrà a Dylan Dog, e Cloe verrà salvata. Trent’anni dopo tra surreali apparizioni Dylan incontra Cloe, il suo cane fantasma ed il suo angelo custode. Con sogni nell’antico testamento e strani esperimenti in ospedali psichiatrici, Ambrosini ci accompagna e trascina assieme a noi Dylan, alla ricerca delle origini del male.

La malinconia ed il piglio metafisico dell’autore disegnano un Dylan complesso e onirico che affascina col suo coraggio e con la sua forza. Nonostante il dipanarsi della vicenda lasci in sospeso numerosi quesiti, il tutto risulta altamente godibile ed intenso. Ambrosini scrive poco ma racconta molto, e lo fa con volti carichi di pathos, con un susseguirsi di location in antitesi tra loro e con personaggi violenti e talvolta troppo carichi di quel male del titolo. Eppure la storia, nonostante necessiti di una buona dose di suspension of disbelief, ci accompagna con decisione fino alla fine. Fine che ancora una volta ci spiazza e ci lascia colmi di domande (se non di perplessità).

La storia di Ambrosini ed i colori di Francesca Zamborlini fondono la melanconia degli sguardi alla Genesi Biblica ed il male infinito insito nell’animo umano alla forza ed alla speranza nell’amore.

 

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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