Il Color Fest estivo torna a proporre due racconti: il primo segna l’esordio sulla testata di Mirko Perniola e Paolo Massagli (autore anche della copertina), mentre il secondo è affidato a Nicolò Pellizzon, che firma sia testi sia disegni.
“Nostalgia del sangue”
di Mirko Perniola e Paolo Massagli
Mirko Perniola costruisce un thriller che incrocia serial killer, identità e soprannaturale, scegliendo di tagliare tutte le premesse per partire in medias res. Quando ci approcciamo alla lettura la serie di omicidi è già in corso, Tracy ha già ingaggiato Dylan e il lettore viene catapultato direttamente nel cuore del caso. Una scelta quasi obbligata dalla foliazione ridotta, che costringe l’autore ad accelerare e a concentrarsi con maggior cura solo sulle sfumature più essenziali del racconto, sacrificando di contro alcuni snodi narrativi.
Per quanto leggera, e nonostante in alcune occasioni la vicenda risenta di semplificazioni eccessive, ugualmente – pur senza sorprendere – la storia si fa apprezzare. Merito anche di una scrittura efficace che compensa sufficientemente alcune forzature e talune brusche accelerate con una buona regia.
Il lavoro di Paolo Massagli è dirimente: il suo segno, ma soprattutto la scelta cromatica dal sapore anni Settanta, donano all’albo una personalità netta permettendo all’atmosfera visiva di trascinare e sostenere anche i momenti meno convincenti della sceneggiatura – pur producendo talvolta, per dovere di compressione, alcune tavole leggermente affollate. Lo stile scelto e un uso furbo e funzionale della tavola, però, compensano bene il tutto.
“L’insostenibile leggerezza dell’anima”
di Nicolò Pellizzon
Nicolò Pellizzon affronta Dylan Dog con un racconto che procede per stratificazioni emotive più che per trama, un viaggio nell’inconscio che usa la ricerca dell’ “Uomo senza volto” come pretesto per scivolare dentro le paure, i legami e le mancanze umane – nonché la malattia e la morte. Vediamo prima Amanda, poi Dylan, e nel mentre tutto si piega in una metafora sempre più ampia e ambiziosa sulla condizione umana che esplora e si perde nei territori dell’inconscio collettivo.
La storia è volutamente elusiva, criptica, persino un po’ pretenziosa in certi passaggi. L’impianto onirico è costante, avvolgente, e la narrazione si muove più per suggestioni che per snodi logici.
Questo comporta anche qualche smarrimento: la trama, già esile, si dilata nel flusso filosofico–metaforico e, a volte, sembra sfiorare temi più grandi di quanto abbia spazio per contenere. Ma nonostante questa evanescenza, ci si lascia trasportare: anche se imperfetto e sfuggente, il racconto funziona, conserva una sua coerenza e si fa seguire.
Il tratto di Pellizzon è perfettamente allineato alla scrittura: corposo, crepuscolare, inquieto. Le ambientazioni (surreali e disturbanti al tempo stesso) hanno un fascino che rimanda — anche solo come eco — all’Espressionismo tedesco del gruppo Die Brücke, con quelle cromie pastose e aggressive che ricordano Kirchner e Schmidt-Rottluff. È forse l’aspetto più riuscito dell’albo, che dona alla storia una presenza visiva forte e caratterizzante.
