Tra i molteplici meriti del compianto Paolo Morales, spicca in particolar modo l’aver inquadrato il rapporto di coppia tra Martin e Diana secondo una luce di profonda maturità e consapevolezza, pur nel rispetto delle psicologie dei due personaggi – anzi, poggiando le basi per una maturazione di Diana che, fino a quel momento, neanche lo stesso Castelli era riuscito a/aveva trovato modo di emancipare più di tanto dal modello iniziale.
Inevitabilmente, anche altri autori hanno cercato di infilarsi nello stesso solco, sebbene con alterne fortune, sfociando a volte dalle parti della commedia brillante (alla Sandra e Raimondo, per intenderci), ma più spesso limitandosi a una riproduzione pedissequa delle dinamiche intessute ab origine da Morales – e quasi sempre mancando di centrare il risultato.
La doppia a firma di Eccher si riconduce a quest’ultima casistica, dove l’artificiosità delle dinamiche di coppia tra detective dell’Impossibile e gentil signora sfiora vette di involontaria comicità: le lamentazioni di Diana sanno troppo di script di una moderna serie tv, dove i personaggi ragionano su se stessi, sempre sul punto di rompere la quarta parete. Ciò invero impoverisce il tono della vicenda, andando ad aggiungersi ad altre crepe evidenti legate alla facilità (faciloneria?) con cui Martin si inventa di sana pianta un impellente desiderio di andare ad investigare presso un sito rupestre in Mongolia, spinto dall’hype di una notizia letta in rete.
Ancora, il gancio con “il dimenticato”, pur al netto dell’espediente della casualità – che governa in buona parte le vite di tutti, figuriamoci quella di un personaggio “di carta”! – soffre stavolta di un marcato senso di giustapposizione, che però viene se possibile surclassato dal ricorso a descrizioni ormai stantie di situazioni e personaggi.
Da un lato gli Uomini in Nero: anche in questo caso la dialettica tra Martin e il comandante della spedizione degli UiN a caccia del “dimenticato” Athar appare fortemente datata, e a poco contribuisce il fatto che l’autore abbia saputo infilare ogni tanto riferimenti puntuali – ad esempio, la fazione dei “falchi”, la “direttiva Mystère”, l’antica denominazione di “compagnia nera” – per mostrare di essere aggiornato sulla materia. Pur volendo tralasciare il forte tentativo di world building intrapreso circa un quarto di secolo fa tra le pagine di Zona X, qui si assiste ad una riproposizione di dinamiche tipiche dei primi albi della serie, che tra l’altro si accompagnano ad una non coerente gestione di questo particolare ramo della vicenda – Martin è intoccabile, oppure no? Qual è alla fine la reale posizione dell’ennesimo, misterioso alto papavero della gerarchia UiN?
Dall’altra parte c’è l’alieno Athar, “il dimenticato” di cui sopra: pur continuando a mantenere una sospensione di incredulità nei confronti di esseri plurimillenari che solcano più o meno inconosciuti l’orbe terracqueo da quando l’uomo inventò il cavallo (a quando la creazione di un’associazione tipo “Diogenes Club”?), l’atteggiamento di Athar nei confronti dei nostri risulta davvero privo di reali approfondimenti, e anche le sue intenzioni positive non emergono mai in maniera chiara. Se quindi, fino ad un certo punto, il lettore tende ad interpretare la cosa come una sorta di ambiguità che presupporrà verosimilmente ad un qualche twist, alla fine nulla di ciò accade e ciò che rimane è un vago senso di incompiutezza – se non superficialità, cosa che dall’autore in questione non ci si aspetterebbe.
Il tratto di Torti è infine ben distante dai fasti di un tempo, e se pure la sua cifra distintiva continua a settarsi su corde più “leggere”, forse stavolta il tono della vicenda avrebbe meritato un’interpretazione grafica più consona. Al di là infatti della resa di nomi, cose e città, un tratto più realistico avrebbe magari corretto i gap evidenziati in fase di scrittura: in questo modo si assiste invece ad una combo ottimale – non in senso positivo – che altera l’esperienza di lettura.
Ciò detto, ripetere in salsa ancora una volta diversa una chiosa ben conosciuta ha in realtà poco senso.
Ciò che si rende sempre più manifesto è la difficoltà di gestione dell’attuale foliazione: un albo è troppo, e due sono pochi (semi-cit.).






