A dispetto del nome, la serie è incentrata sulle indagini di un “occhio privato” vecchio stile, alla Sam Spade per intenderci, ex-poliziotto e fumatore incallito, disilluso ma dal cuore buono (molto) in fondo, pronto a sparare prima che a chiedere chi va là, cappello calato sulla faccia e sigaretta perennemente pendente al lato della bocca… e che soffre di colite cronica, il che lo costringe a interrompere – e di conseguenza reinterpretare – l’azione nei momenti più impensati (e, per esigenze narrative, meno opportuni) per calarsi le braghe e seguire il richiamo della natura, colt in una mano e carta igienica (quando c’è!) nell’altra.
La coppia formata dallo sceneggiatore Roberto Dal Prà e dal “papà grafico” di Martin Mystère Giancarlo Alessandrini aveva avviato una collaborazione nel 1990, realizzando il fumetto L’uomo di Mosca per la rivista Torpedo. Anastasia Brown è invece protagonista di alcuni brevi racconti – tutti poco al di sopra della ventina di tavole – pubblicati su L’Eternauta tra il 1991 e il 1993.
Come detto, la narrazione si adagia su tutti i più classici stilemi del noir, pur perseguendo un generale tono più leggero grazie alla peculiare caratterizzazione del personaggio, modellato sulle fattezze di Walter Matthau, oltre a puntare sul suo “disturbo” di salute per offrire un qualche tratto di originalità.
A ciò ovviamente contribuisce non poco la cifra stilistica di Alessandrini, il cui tratto in quegli stessi anni matura verso risoluzioni più caricaturali – lo si può notare nello stesso periodo anche tra le pagine e sulle cover del BVZM – che accentuano se possibile il generale mood delle storie. Non siamo dalle parti di Rosco & Sonny, o al limite di Altai & Johnson, ma i punti di contatto sono più d’uno, per quanto da un lato Dal Prà non lesini sull’impiego di un linguaggio anche forte, e dall’altro Alessandrini si conceda alcune inquadrature più “azzardate” rispetto a quanto la Bonelli concedesse in quegli stessi anni.
Il risultato in generale non dispiace: le storie scivolano via secondo meccaniche ben rodate, dove appunto sono le peculiarità del protagonista ad essere chiamate in causa per giustificare un’ennesima riproposizione di temi e ambientazioni, che già allora contavano più di mezzo secolo di storia puntigliosamente codificata. La compattezza dei vari racconti richiede ovviamente di alleggerire alcuni passaggi e velocizzarne altri, soprattutto sotto il piano temporale, ma la sensazione che se ne ricava è quella di un impiego misurato delle pagine a disposizione – cosa che, a fine lettura, lascia un seppur vago sentore di dispiacere per la mancanza di almeno un episodio in più: questo è di per sé un elemento a favore non da poco.
