Magico Vento: la saga delle guerre indiane

Il capolavoro di Gianfranco Manfredi

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L’articolo della rubrica uBC Story che abbiamo dedicato agli eroi bonelliani che hanno “partecipato” alla battaglia del Little Big Horn ha suscitato molto interesse nei naviganti. Alcuni di loro, però, ci hanno segnalato la scarsa fruibilità dell’articolo collettivo che pubblicammo a suo tempo sulla saga delle guerre indiane che si sviluppò (nel 2005) sulle pagine degli albi dal 97 al 101 di Magico Vento: purtroppo, come spiegato in altre occasioni, alcuni articoli presenti nel nostro sito storico riscontrano problemi di visualizzazione con i browser attuali, con immagini che talvolta “scompaiono” e, soprattutto, caratteri speciali (a partire dalle lettere accentate…) che rendono faticosa la lettura. Ecco perché abbiamo deciso di riproporre in toto quel contributo collettivo in questo articolo, inclusa l’introduzione che proponemmo a suo tempo: è l’occasione per ricordare un vero e proprio capolavoro nella storia del fumetto, non solo italiano o bonelliano.


Una saga in cinque episodi. Una mole di materiale narrativo complesso e composito semplicemente unica. Una pietra miliare del fumetto western e del fumetto italiano. Senza ombra di dubbio, questa saga è nella Storia. Secondo il suo stesso autore [Gianfranco Manfredi], neanche il cinema ha mai fornito una visione così sfaccettata ed esaustiva (ancorché inevitabilmente incompleta, anche in questo caso) dei fatti che riguardano il generale Custer e il Little Big Horn, nonché le conseguenze storiche di quell’episodio e l’epilogo delle guerre indiane. Ecco perché ci è sembrato giusto scrivere un articolo che fosse in realtà una sorta di riflessione comunitaria, intesa ad esporre il modo in cui è stata letta, interpretata, vissuta la saga sulle guerre indiane da tutti coloro che collaborano con uBC e seguono questa testata; il caleidoscopio di opinioni dei nostri redattori, da quelli che usualmente recensiscono le storie dello sciamano bianco ai pareri meno usuali di chi solitamente si occupa di altro. Un panorama che, se non può essere completo, almeno ci pare vario e dinamico.

Vi stupirà senza effetti speciali – di Vincenzo Oliva

Secca, scabra, disperata. Eppure lirica, epica, appassionata. Una storia scontata, poiché è Storia, e quindi già decisa. Eppure più coinvolgente e incerta della maggioranza delle storie dello scorso anno la cui fine non era nota. Perché il brivido dell’incertezza è dato dall’abilità manovriera di Gianfranco Manfredi: cosa farà fare ai suoi personaggi? Oh sì, sappiamo che alla fine dei giochi Cavallo Pazzo (che poi la traduzione migliore del suo nome è forse Cavallo Indomito) dovrà morire, ma attraverso quale percorso spirituale ve lo condurrà l’autore?
La guerra di Manfredi è epica non perché inganni sulla realtà della guerra, ma perché restituisce dignità non soltanto ai suoi protagonisti e protagoniste, ma soprattutto tangibilità agli elementi di vita minuta durante il tempo di guerra. Perché restituisce senso ai gesti quotidiani non meno che alle strategie militari. Perché è raro trovare chi abbia saputo dar corpo con tanta acutezza alla personalità umana dietro il profeta Toro Seduto e il lancillottesco guerriero Cavallo Pazzo. Perché in questa opera corale, sinfonia di ritratti storici dietro il velo della Storia, il protagonista Magico Vento non è passivo spettatore degli eventi già noti come in un copione già scritto, ma ingranaggio vitale della narrazione all’interno di una partitura viva.
Si apre ora per Manfredi la sfida più ardua: dopo aver reso palpitante e imprevedibile il risaputo, dovrà ottenere lo stesso risultato sul piano dell’invenzione pura. Non sarà facile.

Comprimari e pedine – di Cristian Di Clemente

Colpisce, nella saga delle Black Hills, la ricostruzione della vita di tutti gli elementi delle tribù ribelli (guerrieri, anziani, donne e bambini) grazie alla cura dei personaggi comprimari. Prendiamo Jack, il figlio del grande capo del passato: inesperto, sbruffone e codardo, a parole arde dalla voglia di combattere ma fallisce sotto ogni aspetto, rivelandosi come un vigliacco. Il suo fallimento nel diventare guerriero è quello di ogni persona incapace di trovare un proprio ruolo di fronte a un evento come una guerra, che fa emergere quello che alla fine una persona è, nel bene e nel male. Così, se Pioggia-in-Faccia si conferma meschino e bugiardo, Hanno-paura-di-lei e Stella Pallida sono figure eccezionali, esempio per tutti, guerrieri e donne, in modo diverso tra loro: fiera donna d’azione la prima, dolce madre per i tanti orfani la seconda. Accomunate da lutti strazianti, testimoniano con forza che la vita deve sempre continuare e ricominciare, ritrovando una propria dimensione.
È con queste figure secondarie che il quadro complessivo della saga si mostra attendibile, rigoroso e vitale. In questa guerra non si assiste allo scontro epocale di semplice “carne da cannone”, ma di persone con lacrime e sangue, virtù e debolezze, e con uno sguardo attento su eventi “collaterali” e conseguenze di un conflitto spesso ignorate, come illustra in modo agghiacciante e straordinario l’episodio conclusivo. I singoli che vivono la Storia, quindi. Del resto, anche quelli che sono i maggiori protagonisti di questo ciclo (Magico Vento, Cavallo Pazzo, Toro Seduto, Crook e Custer) sono solo pedine in questa guerra, decisa e manovrata da una inaccessibile e invisibile “sala dei bottoni” a Washington.

Perché non mi è piaciuta la saga – di Giuseppe Pelosi

Certo che non mi è piaciuta la saga. E come poteva piacermi? Non mi è piaciuta perché non c’è niente che vada come deve. Il mio eroe perde. L’amico del mio eroe perde. Ma anche il suo nemico, perde. Il giovane guerriero affidato all’eroe perde e fa la figura del vigliacco. Non mi è piaciuta perché l’uomo bianco ne esce peggio dell’uomo rosso, e questo non è un fumetto, è storia, e io mi sento in colpa anche se non ho fatto niente e anche da bambino ho sempre tenuto agli indiani.
Non mi è piaciuta perché muoiono tutti, anche quelli che con le guerre indiane non c’entrano nulla, come Wild Bill Hickock. E per il tono elegiaco di tutti i numeri. Per la bandiera bianca. E per Cavallo Pazzo che muore in quella maniera. Come può, Cavallo Pazzo, morire in quella maniera? Non mi è piaciuta perché non è un fumetto, è Storia. E non mi è piaciuta perché questi sono gli ultimi numeri mensili di Magico Vento, e da adesso ci tocca aspettare due mesi per sapere se Aiwass torna o no. E nel frattempo cosa leggiamo, Brad Barron? Non mi è piaciuta, la saga, perché contiene l’ultimo episodio disegnato da Pasquale Frisenda per questa serie. E non mi è piaciuta per le copertine. E i colori del n.100 sono i più belli che si siano mai visti su un numero Bonelli, ma Goran Parlov mi piace di più in bianco e nero, sempre. Non mi è piaciuta, la saga. Ecco.

Frammenti indelebili – di Fernando Congedo

Come una scheggia. Conficcata inesorabilmente nella memoria. Là, immobile e pulsante rimarrà il racconto delle gesta degli uomini rossi d’America che al tramonto del secolo diciannovesimo lottarono contro la barbarie dei civilizzatori finché la speranza di rimanere liberi sulle terre loro assegnate dal Grande Spirito non deformò i propri connotati, rivelando il volto pallido e ossuto dell’utopia. Come voce d’anziano – mutata in fotogrammi da mani quasi sempre sapienti – scorre la narrazione nelle vene di chi ascolta: e quei personaggi tragici e sublimi escono per sempre dalle pagine e, vestiti di Storia e Leggenda, calzati di fantasia, scolpiscono quel che avvenne in un simulacro che non vuole esser vero: solo straordinariamente originale.
La voce d’anziano tace. Chiuso l’ultimo albo. Nella mente, simili a spuntoni di roccia affioranti dalla bassa marea, echeggiano l’infuriare della battaglia, gli spari, le urla, il sangue, risuonano le voci dei superstiti, basse e stanche, i passi nella neve dei Sioux, uomini, donne, bambini.
Frammenti indelebili. Lo sguardo infinitamente triste dello sciamano bianco dei Lakota di fronte alle fiamme che, alte, divorano la prateria. La saggezza, l’orgoglio e il coraggio dei figli delle Colline Nere. L’indiana che stringe ancora tra le braccia il proprio bimbo ucciso dal gelo come un muto carillon di inestimabile valore. La rabbia e il dolore con cui Hanno-paura-di-lei porta Magico Vento a conoscenza del tradimento subito da Cavallo Pazzo. Le parole di quest’ultimo, pronunciate da Ned: “Se un giorno qualcuno vorrà ricordarmi, non avrà bisogno di riunirsi intorno a un catafalco funebre… Gli basterà volgere lo sguardo alle alture, alle valli, ai fiumi e ai boschi delle Black Hills. Io sarò là per sempre”.
Frammenti. Indelebili.

Per chi non ama il western… – di Martina Galea

A me non piace il western. Proprio non lo reggo. Mio papà mi ha sempre detto, ridendo, che Clint Eastwood ha due espressioni: col sigaro e senza. E io gli ho sempre creduto, e ho sempre associato Clint e il suo sigaro al western. Saloon. Indiani. Cavalli. Lazos. Western insomma. E a me il western non piace.
Ben chiari in testa i miei gusti fumettistici, mi sono sempre guardata bene dal comprare Magico Vento. Troppi cavalli in copertina. Troppi cowboy. Troppi indiani. Troppo western, insomma. Poi, mi è stato suggerito di provare almeno un albo, senza impegno, “Giusto per…” Che albo? Il primo della saga, da testare a pelle, a mente aperta. Dato che sono testona, ma non poi troppo presuntuosa, ho seguito il consiglio con un pizzico di superbia, “Tanto non mi piacerà…”
…siamo a febbraio 2006, ho letto l’intera saga, e sto continuando a comprare Magico Vento ad ogni uscita. Clint e il sigaro non sono mai apparsi, perché non appartengono a questo mondo. Il mondo di Magico Vento va oltre il western che immaginavo, parla di Storia (quella vera), di vita reale, di personaggi complessi. Certo, ci sono i cavalli, i saloon, gli indiani. Ma c’è molto di più, e la saga lo dimostra: una lettura piena, incisiva, struggente. Caso vuole che l’ultimo albo proponga proprio un discorso sul western, considerato (a torto) un genere troppo monocorde. A tutti gli scettici (com’ero io), Gianfranco Manfredi risponde (con le parole di Laura Scarpa) che “il western non è un genere, è uno scenario in cui si può ambientare qualsiasi tipo di storia, una cornice che può ospitare di tutto”.
Parole vere, testate: in uno scenario ben definito, storie e saghe che superano qualsiasi stereotipo. E lo spaghetti-western lo lasciamo a Clint, qui c’è ben altro.

Uno, Nessuno, Centomila – di Giorgio Loi

Molti hanno giustamente parlato degli indiani, perché Magico Vento esalta il punto di vista del popolo rosso, ma di questa memorabile saga io voglio ricordare un bianco.
Dopo la Storia del West di Gino D’Antonio pensavo che non ci fosse più nulla di significativo da aggiungere alla controversa figura di George Armstrong Custer, storica e leggendaria nel contempo. Perfino Giancarlo Berardi, pur dall’alto della sua indiscussa tecnica, ci raccontò un Custer totalmente negativo, in linea con il clima revisionistico del periodo, addirittura vile e disprezzato dai suoi avversari.
Così pensavo, e sbagliavo.
In questa “Madre delle guerre indiane”, l’avventura di Custer trova il suo tragico epilogo, e Manfredi riesce a offrirci un punto di vista nuovo e appassionante nonostante sull’episodio sia stato detto e scritto di tutto. Come? Raccontandoci di un uomo, un uomo reale, fatto di complessità e contraddizioni, di smodate ambizioni e rigore morale, di lucida spietatezza e senso della giustizia, di vanità e ironia, di sventatezza e indubbio coraggio.
Chi si aspettava una tesi precotta, un giudizio storico e morale su Custer, una condanna politicamente corretta piegata all’odierna sensibilità filo-indiana, non troverà niente del genere. Troverà invece tanti elementi per poter formulare un proprio giudizio, ma non sarà facile.
Questo Custer lo si potrà difficilmente amare o ammirare, e lo si potrà forse legittimamente odiare, ma non si potrà fare a meno di rispettarlo e di considerarlo di gran lunga migliore di quei politicanti e affaristi che lo hanno mandato deliberatamente allo sbaraglio facendone un martire utile ai loro inconfessati maneggi. La sua stessa morte, peraltro non storicamente provata nella sua modalità, ha una sfumatura ben diversa dall’alone di viltà con la quale Berardi l’aveva circonfusa. Quel “non vi libererete mai di me” suona come una sentenza: voi mi avete sconfitto, ma con la mia morte io sentenzio la vostra fine. Così fu.
In due parole: un capolavoro.

Dal mito all’Uomo e attraverso gli uomini al mito – di Sabrina Mancosu

Recuperare la dimensione più strettamente umana di avvenimenti e personaggi che nell’immaginario collettivo vestono i panni del mito. Strapparli a esso così da restituirli a una quotidianità che non ha la pretesa di essere vera ma solo plausibile, e che ha il grande merito di allontanare ogni aurea di leggendario per rivelare semplicemente l’Uomo. Questa l’impresa di Manfredi nella saga delle Black Hills. Impresa non facile e, tra l’altro, non sempre gradita al lettore. Banalmente perché all’eroe, quello che alberga nella nostra fantasia, si può perdonare tutto; all’uomo, ricettacolo di debolezze e meschinità, no. E perché a maggior ragione, nel leggere di ciò che al narrare è concesso trasformare in una delle infinite verità possibili, può infastidire, e non poco, che si sia scelta proprio una di quelle che più lascia l’amaro in bocca.
Amaro non di certo legato a un epilogo che è Storia. È un sapore che nasce piuttosto da un’impostazione che annulla le distanze con il lettore, consentendogli, se vuole, di essere umanamente partecipe della tragedia di un popolo. Una “vicinanza” solidale che talvolta “disturba” perché – a differenza di Ned Ellis – noi non abbiamo fatto, e non possiamo fare, la nostra scelta, e perché se di uomini si parla tali erano anche i ragazzini che componevano il settimo cavalleggeri di Custer, e tale sarebbe stato un giorno il bimbo di Stella Pallida se il gelo di un inverno in fuga non glielo avesse portato via… Forse consapevole di aver tanto da farsi perdonare 😉 per quella rete emotiva nella quale fin dalle prime pagine ci ha intrappolato, Manfredi in chiusura ci offre il privilegio insperato di accompagnare Cavallo Pazzo nel suo ultimo viaggio. E di assistere implicitamente alla nascita del mito. Come dire, dal mito all’Uomo e attraverso gli uomini al mito. Chapeau.

Si fa presto a dire guerra… – di Guido Del Duca

Si fa presto ad annunciare una lunga saga sulle guerre indiane. Ma da un lato è inevitabile scontrarsi con le aspettative del pubblico, dall’altro è impossibile uscire dalla gabbia della Storia. Come è riuscito Manfredi a superare le difficoltà? Cosa trasforma questi cinque albi in un grandioso affresco storico e, allo stesso tempo, in una dolorosa vicenda privata, punto di svolta per la serie?
Forse la risposta è nel concetto di “storia romanzata”, nell’ancorare la rigorosa ricostruzione d’epoca ad un intreccio appassionante, basato sulle azioni dei personaggi, reali o inventati che siano. Un tipo di narrazione inusuale per il fumetto italiano di oggi (ma lo stesso potrebbe dirsi per letteratura e cinema), forse anche per il grosso rischio di fallire, di rimanere intrappolati in una storia dai contorni già stabiliti. Ma quando si osserva l’epilogo di Cavallo Pazzo, e fino all’ultimo si spera che sopravviva, che riesca a sfuggire al suo destino, vuol dire che ancora una volta la magia (o l’alchimia?) del racconto ha avuto la meglio su tutto il resto.

Non lo fare mai più – di Claudio Crimi Trigona

Ho riletto tre volte la saga del Little Big Horn narrata su Magico Vento e tutte e tre le volte mi è parso mancasse qualcosa. Ogni volta mi concentravo sui singoli personaggi, sulla sceneggiatura, sul disegno scervellandomi nella speranza di capire. Ho ripreso i cinque numeri in questione e li ho sfogliati a casaccio. Nulla. La sgradevole sensazione rimaneva. Forse che la storia fosse carente di pathos? Eppure tutto l’albo Bandiera bianca è un unico lamento di dolore, nel raccontare la grande tragedia di Cavallo Pazzo e del suo popolo, perso, disperso al vento, senza più certezze, in un inverno candido e crudele, avversi a ogni livello.
Tutti gli altri ingredienti ci sono: la tragedia di una nazione votata alla morte, il desiderio di rivalsa, i punti di vista alterni, le lotte di potere, i rancori, le battaglie, le galoppate, i lupi, i massacri di mandrie di bisonti, i “bang” dei fucili, l’ottusità dei militari. C’è proprio tutto, all’apparenza. Eppure… È stato evitando di guardare quelle vignette e lasciando divagare la mente che mi è saltato all’occhio ciò che intuivo a livello inconscio tra le righe e i segni: manca l’eroismo. Quello tipico del cinema hollywoodiano, quello per cui una morte ci può sembrare “utile”, in un certo qual modo.
Diavolo di un Manfredi. In questi cinque episodi i morti non si contano. È normale. Si parla di guerra, anche se impari. Ma manca la retorica e tutte le 500 tavole abbondanti ci sembrano un inutile massacro. La stessa terribile sensazione che si ha leggendo Alce Nero parla o Seppellite il mio cuore a Wounded Knee. Per cui… grazie Gianfranco. Ma non lo fare mai più. Ti prego.

LA SCHEDA DELL’ALBO N.97
LA SCHEDA DEGLI ALBI N.98-99
LA SCHEDA DELL’ALBO N.100
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