Se – come recita la sua definizione forse più nota – il fumetto è arte sequenziale, Qui è al contempo essenza pura e negazione netta della sua forma.
Nato nel 1989 come breve racconto di poche pagine pubblicato su Raw ed espanso a successive riprese fino alla sua versione definitiva del 2014, Qui è un “oggetto” fumettistico affascinante e prismatico: gioco artistico e intellettuale; esperimento stilistico rigoroso; racconto privo di una storia e somma di racconti che fanno la Storia; fantasia cromatica; quinta segreta di un teatro da cui osservare il pubblico; buco della serratura di una porta sull’eternità – e in definitiva esperienza visiva a cui abbandonarsi con stupore per poi essere sollecitati a ricercare una chiave di decifrazione. E forse non vi è chiave migliore proprio dello stupore, nel senso più immediato di meraviglia, quel sentimento istintivo che nasce dall’osservazione di qualcosa che al medesimo tempo identifichiamo come insolita e bella – meravigliosa, appunto. Partendo da questa emozione di sorpresa e piacere, per progressiva affinazione intellettuale dell’apprezzamento estetico si viene coinvolti nel “gioco” dell’autore; e accettandolo si mette ordine nell’apparente disordine dell’opera.
Qui è il racconto di ciò che avviene “qui”. È il racconto di un eterno, fisso “qui”, in ogni “quando” eternato sulle tavole di Qui, che l’autore ce lo mostri o che noi lettori vogliamo immaginare una volta entrati nel suo meccanismo. “Qui” di Qui è un’inquadratura fissa in un qualche luogo di quella parte del nostro pianeta che poche frazioni di secondo fa sulla scala della Storia della Terra noi esseri umani abbiamo deciso di chiamare New Jersey. Camera fissa su questo “qui” del suo Qui, Richard McGuire parte all’esplorazione di quanto avvenuto, avviene e avverrà “qui”. Probabilmente per fornire al lettore un minimo di coordinate a cui aggrapparsi, la parte più rilevante di ciò che si vede avvenire “qui” accade quando “qui” è racchiuso all’interno di un edificio di abitazione, o quando in precedenza il detto “qui” offriva la visuale di una grande villa coloniale e prima ancora una capanna indigena.
Sotto i nostri occhi si aprono dunque magiche finestre, scorci improvvisi di un viaggio di miliardi di anni che l’autore ci offre grazie alla potenza generativa dell’immagine disegnata, dipinta sulla tavola del fumetto. In (dis)ordine sequenziale si susseguono le visioni rarefatte, impressionistiche dell’alba del tempo della Terra; quelle di faune e flore che la lontananza temporale rende aliene ai nostri occhi; i boschi del New Jersey di qualche secolo fa, con i suoi rari abitanti: umani e ferini; e poi la “nascita” e la “vita” della villa coloniale e dell’edificio che appartengono a “qui”; la vita quotidiana all’interno della villa e dell’edificio, con le sue risate, i balli, i giochi dei bambini, i momenti d’amore e di paura, le piccole gioie e i drammi, i nuovi nati, i ragazzi che crescono, invecchiano, muoiono; e infine ci si affaccia sul futuro, prossimo o più lontano, la visione della caducità nostra e di ciò che ci appare dover essere eterno che si proietta non solo alle spalle del nostro “qui” mentale, ma ben oltre esso: prospettiva terrorizzante.
Questo lungo, infinito viaggio ci trasporta attraverso le tenui, eteree tavole aperte sulle visuali primordiali; ci accompagna negli scenari selvaggi e brutali di una natura in piena evoluzione e della lotta per la vita; ci introduce ai riti della “civiltà” e alle tribolazioni della nostra modernità e del futuro a venire. Ogni epoca ha una sua precisa grammatica grafica: per cui l’impressionismo alle origini dei tempi trapassa in rude naturalismo ai tempi dell’arrivo dell’Uomo; così come al bestiario fantastico che popola “qui” milioni di anni fa si sostituisce circolarmente un nuovo bestiario fantastico che lo popola in un lontano futuro. Con l’arrivo degli europei vediamo l’estetica delle tavole passare dalla solennità neoclassica al bozzetto romantico e poi a un nuovo naturalismo: ordinato, rurale e non più selvatico. All’interno dell’edificio costruito tutto intorno a “qui” vediamo la successione delle architetture e del design, vediamo la moda evolversi, e continuare nel futuro. Sono tavole che uniscono un’attenta ricerca e costruzione stilistica e un’eleganza formale e sottile del tratto, e che producono composizioni ariose e ulteriormente ordinate, che verranno spezzate nel futuro meno prossimo.
A questa sequenzialità, che è tutta ricostruzione a posteriori del lettore, si contrappone il continuo andirivieni tra passato (passati), presente (presenti) e futuro (futuri) che è la reale successione delle tavole di Qui, per cui voltando la pagina il lettore non può mai sapere, e neppure immaginare, se troverà lo scenario appena visto, uno già visto oppure uno ancora sconosciuto. Ogni tavola-finestra sui possibilmente infiniti “quando” di “qui” viene a sua volta fessurata, e dunque aperta su altri “quando” di “qui”, in un gioco di intarsi visivi e temporali che talvolta entrano in dissonanza con la cornice e talaltra formano con essa una linea di successione. È un gioco tutto visivo, impressionante (nel senso che letteralmente si imprime sull’occhio del lettore), che la parola scritta descrive con molta difficoltà, quasi fosse in presenza di scene ineffabili.
È un fumetto-puzzle, di cui l’autore fornisce al lettore la struttura decostruita, lasciando che sia il lettore a ricomporla; e ricomponendola, a scegliersi il suo ordine e senso.
È anche un viaggio, come accennato, che coinvolge e sollecita la mente attraverso il solleticamento della vista: ogni scena – così come i riquadri che si aprono all’interno di ciascuna – è interpretata non solo a partire da ciò che raffigura, ma anche dalle precise scelte cromatiche che ne sottolineano il tono emotivo e individuano il carattere storico. Una scelta che, spezzando in mille parti la vertiginosa dimensione temporale dell’opera, rende ognuna di quelle parti, a volte frammenti minimi, riconoscibile e maneggevole per il lettore, per l’essere umano; e quindi rende accessibile quell’abisso schiacciante altrimenti inaccessibile alla nostra mente, ne permette una conoscenza per noi più commisurata, dunque un varco intimo. In qualche modo permette di credere di poter cogliere l’infinito. E arrivati a voltare l’ultima pagina (che potrebbe tranquillamente essere la prima) si può infine immaginare quando “qui” sarà inghiottito dal Sole trasformato in nova.
Se – come recita la sua definizione forse più nota – il fumetto è arte sequenziale, Qui è esplorazione dei limiti di questa forma di espressione artistica, delle sue potenzialità artistiche e narrative, della duttilità delle soluzioni grafiche che mette a disposizione; ed è un’esperienza di lettura affascinante.
Nel 2024, dal fumetto è stato tratto un film con Tom Hanks e Robin Wright, per la regia di Robert Zemeckis.











