Canary di Scott Snyder e Dan Panosian è un western che sembra partire nel modo più classico possibile – rievocando le classiche distese polverose, le cittadine del selvaggio West, gli uomini all’ombra del cappello, le colt – e introducendo un protagonista, il marshal Azrael William Holt, che richiama l’archetipo del pistolero-poliziotto. Snyder gioca proprio su questa apparente familiarità e la sfrutta per posizionare il lettore in una zona di comfort, salvo poi incrinarla con piccoli dettagli fuori posto, spie di un disagio lieve ma percepibile che prepara allo slittamento verso qualcos’altro.
La prima parte del racconto è costruita con misura, poggiando sugli archetipi classici del genere. Il protagonista emerge attraverso pose efficaci, frammenti di passato, reazioni epiche, battute taglienti. È un’introduzione pulita che permette di radicarsi nello spazio narrativo prima che qualcosa inizi davvero a scricchiolare. Snyder comincia quindi a disseminare indizi e ad introdurre la possibilità del soprannaturale come un leggero sottofondo, il tutto anticipato dalla scelta delle inquadrature e dalle palette sapientemente caricate da Panosian. Nulla di gratuito, nulla di forzato, ma con la ricerca puntuale di un crescendo di elementi anomali che funzionano perché arrivano dopo un terreno emotivo consolidato e perché si innestano su dinamiche già plausibili e collaudate dal genere.
Il contributo di Dan Panosian, come anticipato, è determinante: non soltanto per la solidità del tratto, attento a restituire un West vissuto e personaggi carismatici, ma soprattutto per la resa delle inquadrature, per la cura dei dettagli e per la gestione del colore. Le scelte cromatiche amplificano tensioni, trasformano il paesaggio in minaccia diventando metronomo del coinvolgimento del lettore. La palette muta con la storia e con l’emotività del protagonista e ne accompagna l’evoluzione, trasformando la percezione del lettore ben prima che la sceneggiatura sveli apertamente le sue svolte.
Certo, qualche personaggio secondario resta un po’ stereotipato e sul finale affiorano forse troppi elementi tutti insieme, ma sono difetti minori, perché il cuore della storia – l’ambientazione, Holt, il soprannaturale, il passato che torna – regge benissimo.
Canary riesce così a muoversi tra due mondi: il western che riconosciamo e quello che, lentamente, si spacca e rivela un nucleo più duro e più cupo di quanto sembri all’inizio, per un’opera che si fa leggere con piacere e che affascina per stile e rappresentazione.
