'astronave Legs n.10

Legs n.10 “Il tesoro dell’astronave”
di Medda & Gallo

Tarapia tapioco, brematurata alla supercàzzora o scherziamo!?...

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CoverÈ il mese di luglio 1996 quando nelle edicole italiane arriva il decimo albo di Legs, ovvero irrompe nel flusso principale bonelliano, tutto fatto di western, avventura, azione ed eroici cavalieri senza macchia e senza paura (con giusto una recente spruzzata di Groucho) un’immaginifica, tonitruante, fantasmagorica, sublime supercàzzora.
La testata dedicata a Legs era nata l’anno prima come spin-off di Nathan Never, per altro ponendosi da subito in contrapposizione alle atmosfere della serie-madre, presidiata e informata dal personaggio eponimo definito come “musone” – e contrapponendosi a un po’ tutta la tradizione bonelliana aveva da subito coniugato le situazioni più scanzonate con storie avventurose in leggerezza pura. È però con il numero 3, Il Giustiziere (non a caso anch’esso opera di Medda & Gallo), che diviene chiaro per i lettori che la serie può avere davvero una marcia in più, ciò che per un certo periodo risulterà vero.
Il tesoro dell’astronave rappresenterà probabilmente il punto più alto della testata, e una delle storie più belle uscite dalla fucina bonelliana negli anni ’90; e per ribadire quanto scritto più su, fu realmente un fenomenale scappellamento come fosse Antani. Gli autori realizzano infatti l’equivalente visivo, fumettato, di quei tour de force verbali che costellano di surreali  nonsense le pellicole del ciclo di Amici miei: un piano sequenza lungo novantaquattro tavole di aerea buffoneria, sospesa tra slapstick e black comedy, con pennellate di splatter umoristico.

Nel caso in esame, infatti, la trama dell’albo – che pure è solida per quanto stralunata – non obbedisce ad alcuna logica ma solo alle necessità e ai ritmi della farsa indiavolata, portando in scena una carrellata di personaggi totalmente fuori dagli schemi del classico fumetto popolare bonelliano, a partire dalla protagonista, che vediamo letteralmente recitare la parte di sé stessa e contemporaneamente della propria parodia. E tutto il racconto meddiano è così, visivamente interpretato in modo perfetto da un Pier Gallo che si mimetizza dietro l’ombra ciclopica e rassicurante di Magnus, mantenendo tuttavia una forte impronta personale, per realizzare disegni che vanno oltre il cogliere l’essenza assurda e burlesca del racconto, ma che assumono e riassumono perfettamente in sé la dimensione di racconto onirico e buffonesco.

La ricerca dell’elusivo tesoro dell’astronave si trasforma dunque, e si riduce, a una sequenza ininterrotta di sketch demenziali, gag funamboliche, battute altrettanto esilaranti quanto “balorde”, popolate e pronunciate da personaggi cesellati come il più (in)credibile e accuratamente assemblato branco di mattoidi completamente assurdi, ritratti da un pennello sfrenatosi nello scovarne l’anima più caricaturale ed esagerata da mettere sulla pagina. Si riduce; ma in realtà esonda, tracima: si fa incontinente, verbalmente e narrativamente. E, di nuovo, graficamente. La Legs al contempo quintessenziale e autoparodistica del racconto di Michele Medda è attorniata da questa armata brancOleone che non sfigura al cospetto dell’originale monicelliano: Medda & Gallo confezionano dei veri e propri meccanismi comici come Pepe Hortera, ex sergente istruttore di Legs finito a occuparsi della sicurezza di Niagara False, una sorta di bislacca Las Vegas del futuro, e raffigurato come un incrocio mezzo tappo tra Nick Fury e J. Jonah Jameson. Impreziositi dalle rispettive corti dei miracoli, fanno quindi irruzione sul palcoscenico prima El Puerco (e mai nomen fu tanto omen) e poi Des Esseintes (snervatamente fluido con una ventina d’anni d’anticipo sulla moda), i due cattivi, i terribili e pagliacceschi boss della malavita di Niagara False, che per ritrovare la Paloma Blanca (l’astronave del titolo) daranno vita a una faida degna per ferocia del colonnello Matrix di Commando, e per comicità di alcune delle più riuscite escalation dei corti di Laurel&Hardy. Per chiudere, e non a caso gli sono effettivamente riservate la scena e la vignetta finali, il dromedario ubriacone: nella migliore tradizione di quegli attori caratteristi del cinema di un tempo, capaci di dare tono e senso a un film da posizioni eccentriche e defilate con la loro pura presenza scenica, il “gibboso” – come lo chiama Legs (con qualche reminiscenza barksiana?) – ruba sostanzialmente la scena a tutti gli altri comprimari, e a tratti mette in un angolo la stessa protagonista. Più personaggio dei personaggi umani della storia, rappresenta la definitiva conquista del proscenio da parte dell’elemento giullaresco e saturnale, e dunque la rottura completa (apparente, quanto meno) con la tradizione bonelliana: oltre il Cico zagoriano o il Dinamite del primo Tex, chimerica fusione dei due e salto acrobatico senza rete.
Creativamente la scommessa degli autori fu ampiamente vinta (ribadita in futuro non solo dal loro terzo albo di follie assortite, il numero 19 della serie, C’era una volta una regina, ma da storie altrettanto pregevoli di Antonio Serra, Luca Enoch e ancora Michele Medda) e il salto acrobatico ebbe pieno successo. Non andò altrettanto bene dal punto di vista editoriale: leggenda narra che Sergio Bonelli non apprezzò la scarsa “serietà” dell’albo (e qui al lettore, oltre a cadere le braccia se non dell’altro, viene da interrogarsi sulla psicologia del creatore di Cico…), e nel volgere di un tempo abbastanza breve impose una brusca sterzata ai contenuti della testata, rapidamente ricondotta a una maggiore ortodossia bonelliana: ovvero nella sostanza normalizzata, appiattita, progressivamente soffocata e infine portata a consunzione per inedia creativa. Restano, di quella stagione, i primi trenta albi circa della testata, dove – oltre a questo capolavoro surreale – si apprezzano altri racconti trascinanti, ricchi di verve e innovativi. In séguito fu una lunga agonia per la serie di Legs, con pochissime eccezioni (i numeri 50 e 51 e quasi null’altro).
Si era ormai alla vigilia del declino bonelliano, e l’incapacità di comprendere e valorizzare una delle pubblicazioni più eterodosse che avessero mai prodotto, e al tempo stesso ancora genuinamente popolare, era certamente un sintomo di irrigidimento e chiusura creativa della Sergio Bonelli Editore come struttura culturale.
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