Nel 1998 Adelphi (ri)pubblica Pericle il Nero, romanzo d’esordio di Peppe Ferrandino passato sotto silenzio al tempo della prima pubblicazione; negli anni immediatamente successivi si chiude la carriera di Ferrandino nel fumetto e seguono altre opere di narrativa, anche per Adelphi stessa, fino a Spada, nel 2007, ampia e sontuosa conclusione apocrifa dei Moschettieri dumasiani per Mondadori. Sembra realizzarsi così la definitiva affermazione di quello che era stato uno dei più interessanti autori del fumetto italiano tra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo, che però dopo Spada praticamente scompare dalle scene pubblicando un paio di nuovi lavori in tutto – e anche la trasposizione cinematografica di Pericle nel 2016 non cambia le cose.Raccolto in volume nel 1994 dopo essere stato pubblicato a puntate su Nero tra il 1992 e il 1993, Storia di cani è opera autonoma, ma viene anche a essere il lungo capitolo finale di Zampino, una serie formata da sparsi e brevi racconti disegnati da Ugolino Cossu. Le brevi storie con protagonista il sensale Antonio Zampino sono stati tra i primissimi lavori di Ferrandino e sono alla radice del filone forse più significativo della sua opera, che attraverso appunto Storia di cani arriva a Pericle e al suo secondo romanzo, Il rispetto: il racconto del sottobosco della malavita napoletana e campana.
Sono ancora lontani i tempi di Gomorra (libro, film, serie tv) quando Ferrandino, con Giancarlo Caracuzzo ai pennelli, mette mano a quello che per ampiezza narrativa e soprattutto concettuale è un vero e proprio romanzo narrato attraverso le immagini del fumetto. Storia di genere, storia che attraversa i generi e infine storia che trascende i generi per farsi racconto esistenziale di nichilismo, sopraffazione umana, disumanità, disperata volontà di sopravvivenza e diserzione della società e dello Stato, Storia di cani è illustrato da Caracuzzo in un bianco e nero netto, una sorta di vigorosa linea chiara “ispessita”, generando un espressivo segno spigoloso che vira quasi sul grottesco, in un formidabile effetto di over acting dei vari personaggi, più o meno importanti che siano, accompagnando ed esaltando l’avvolgente coloritura grottesca dei dialoghi di Ferrandino, che lungi dallo stemperare l’efferatezza degli eventi narrati sottolinea invece la ferocia delle scene e dei protagonisti, evidenziando la natura “primordiale” della loro brutalità e del loro “naturale” disprezzo della vita e dignità umane.
Gangster movie su carta, thriller adrenalinico, noir di bassifondi sguaiati e dramma delle più varie miserie umane, questo racconto non è semplicemente abrasivo o banalmente un cosiddetto “pugno nello stomaco”: costringe a riflettere sul mondo che ci circonda, e su noi stessi, a chiederci quali siano i veri limiti e la vera natura dell’umano, e quanto di quello che è raccontato ci è davvero estraneo o invece ci appartiene, fosse solo come spettatori passivi di una umanità che vorremmo disconoscere. Possiamo tirarci fuori, pensarci innocenti, e poi semplicemente voltarci da un’altra parte e scegliere di ignorare? Il disegno di Caracuzzo, così netto, incisivo, dona una grande intensità a quei volti deformati dal furore dei cani rabbiosi umani del titolo, oppure resi una galleria lombrosiana dal completo distacco sociopatico, dall’avido egoismo dei delinquenti d’alto bordo; una volta di più ci interroga: quanto di quei volti ci è davvero estraneo, o magari solo ben sepolto dentro? Homo homini canis: in una degradazione del plautino uomo lupo per l’altro uomo, Ferrandino e Caracuzzo ci costringono a fare più di qualche conto con la nostra natura profonda.
Il racconto si apre con una crudele scena di roulette russa, e si conclude, in un’apoteosi di paradossale bestialità, sul volto deformato dall’abuso ormai terminale di droga del protagonista principale, Mimì, che mette in fuga un branco di cani randagi. Nel mezzo una sarabanda di eventi uno più pazzesco dell’altro, uno più raggelante dell’altro, in sequenze popolate di un’umanità, come detto, di cani rabbiosi.
Storia di cani vede la luce nel 1992-93, torno di tempo nel quale definitivamente collassa la struttura dell’Italia post-unitaria, già sottoposta agli stress di due guerre mondiali e del ventennio mussoliniano, poi logorata fino allo sfilacciamento dagli assalti dei vincitori della WWII al sistema-paese; nelle sue pagine si respira quel clima di smarrimento e mancanza di indirizzo, di ricerca di una qualche via d’uscita che sfugge di mano ogni volta: en passant, beffardamente, Ferrandino evidenzia sulla pagina la completa confusione e incapacità di comprendere gli eventi da parte dell’informazione istituzionale e delle Istituzioni. Nel rileggerla oggi, la storia ci appare non meno una profezia di questo nostro tempo privo di orizzonti esistenziali e politici che una fotografia perfetta di quel biennio terminale dell’Italia politica e sociale.
Protagonisti e personaggi minori sono tutti, nessuno escluso, degli sbandati. Se non nei fatti sicuramente nell’anima. Ciascuno punta alla propria sopravvivenza a scapito della sopravvivenza altrui, che si tratti dell’ultimo scannacristiani strafatto di coca o di un boss d’alto livello con arie da intellettuale e la casa piena di quadri d’autore. Fa eccezione, forse, in una qualche misura, il personaggio di Zampino. Protagonista come detto di alcuni racconti nel decennio precedente, è qui una figura secondaria, e tuttavia fondamentale per il procedere e il concludersi della vicenda centrale: è un sensale, un mediatore di interessi, una figura per certi versi avulsa dagli eventi e per altri immersavi fino al collo – e in ogni modo trascinatavi dentro dai protagonisti e dal succedersi dagli avvenimenti. Come già gli accadeva nei racconti precedenti, Zampino ha un solo scopo, che è comune a tutti gli altri personaggi: sopravvivere, appunto. A differenziarlo vi è che cerca di farlo arrecando il minor danno possibile agli altri, compatibilmente con i suoi mezzi e le sue possibilità; e solo se condottovi a forza dagli altri agisce infine con la più inesorabile efficienza possibile. Per quanto si provi, dunque, non si può uscire da quel cerchio che si apre e si chiude sulla barbarie di un mondo privo di umanità (o che forse ne è fin troppo pieno).
Quadro esistenziale e analisi di una società, Storia di cani è tra gli ultimi frutti di un fumetto che seppe coniugare un impianto genuinamente popolare e risultati letterari e artistici di prim’ordine.








