La verve creativa del creatore di Preacher e di The Boys si dirige, all’indomani di quest’ultima epopea supereroistica, verso il delicato territorio di confine tra horror e hard sci-fi.
Caliban, opera del 2014 in 7 parti che richiama non a caso il personaggio de La Tempesta, si pone per espressa dichiarazione dell’autore nel solco derivativo della saga di Alien, laddove la frustrazione di Garth Ennis nei confronti del “deragliamento” indotto da Prometheus lo ha spinto a immaginare una sua propria versione di come quella direzione narrativa avrebbe potuto/dovuto svilupparsi; in questo, altre fonti di ispirazione si sono aggiunte, rimandando ad opere quali Event horizon, Pitch Black e Pandorum.
Ciò che salta immediatamente all’occhio è la mancanza della “classica” commistione di alcune delle tematiche care all’autore irlandese, prima tra tutte l’assenza di un qualsivoglia contesto socio-politico esterno, da cui la sua (corrosiva) vis stilistica attinge in genere a piene mani. Pensando ad Alien, infatti, ci si sarebbe aspettati di assistere a roboanti scambi di invettive verso questa o quell’altra corporation/zaibatsu sulla falsariga della Weyland-Yutani; in realtà, al di là di qualche vago riferimento iniziale alla missione della Caliban, quale supporto a remoti avamposti minerari, l’intera vicenda viene gestita all’interno di una (enorme) camera chiusa.
Ennis sceglie di costellare la narrazione di un bel po’ di paletti: la sfida – lo anticipiamo – risulta alla fine vincente solo in parte.
La Caliban, in piena navigazione in modalità distorsione spaziale, si ritrova praticamente inglobata in un’altra astronave: al di là della tremenda sorte capitata ai membri dell’equipaggio che si trovavano in corrispondenza dei punti di fusione tra i due vascelli cosmici, una misteriosa entità prende possesso di Karien, l’ufficiale pilota della Caliban. Da quel momento, inizierà per mano sua una vera e propria mattanza dell’equipaggio della nave, mentre i superstiti cercheranno di capire con cosa hanno a che fare, solo per scoprire che la minaccia è ben più antica anche dell’astronave aliena nella quale detta entità originariamente imperversava, tanto da spingere i suoi componenti ad un gesto di estremo sacrificio.
Come in qualsiasi copione di questo tipo che si rispetti, i flussi diegetici si focalizzano ben presto su un numero limitato e ben definito di personaggi/stereotipi: sempre con riferimento all’opera di Ridley Scott, Sanchita detta San si inquadra come ennesima Ripley, mentre Karien va a riproporre il character dell’androide Ash (oppure Bishop; Call; David/Walter, a seconda dei film della saga).
Il mix con la narrazione horror consente però di inquadrare alcuni dei citati personaggi sotto una ulteriore luce: San è quindi anche il “tipo tosto” del gruppo, che ha lo scopo di proteggere la “damsel in distress” – Nomi Gallo, nel nostro caso, la quale assume alla fine anche il ruolo di “final girl” – mentre Karien è la “maschera assassina” (in questo caso nemmeno tanto mascherato!) che si rivela agli altri come l’autore dei delitti solo in corso d’opera.
Il festival degli stereotipi si conclude fondamentalmente qui, dato che l’autore si impegna a piazzare qualche variazione rispetto al classico canone, ivi inclusa la profilazione dell’entità/virus “body snatcher”, il cui primitivo, assolutistico carattere di predatore si trova infine a confrontarsi con il fardello del libero arbitrio, esercitato contro di lui – e contro se stesso – dal suo ultimo ospite.
Come detto, l’ambientazione tutto sommato contenuta entro la quale va in scena l’intreccio depotenzia non poco la capacità di Ennis di mantenere il racconto entro una data direzione: la “doppia anima” che lo caratterizza fatica non poco a trovare una quadra, ed è soprattutto a questo che va ascritta la non pedissequa aderenza a tòpoi collaudati – un risultato quindi quasi più figlio di un estemporaneo disequilibrio che di una precisa scelta, nonostante gli intenti dichiarati.
Altra, meno ovvia, conseguenza di ciò è una sceneggiatura molto fredda (sebbene non patinata), molto disempatica anche nel trattare i rapporti (reali o potenziali) tra i vari personaggi, con un ricorso a dialoghi eccessivamente cerebrali. Il risultato è una forte concentrazione di dinamiche dialogiche monche, precipitevoli, inutilmente sofisticate. Una particolare menzione va fatta per Nomi: San la chiama sognatrice, agli occhi dell’equipaggio appare come la “protetta” di San – aspetto nei confronti del quale mantiene sempre un atteggiamento ambiguo, tra sorpresa, passiva accettazione, e infine cosciente afflato – ma in definitiva la sua funzione qual è? È un personaggio che rimane costantemente sconnesso dal resto della narrazione, sempre trattata (dall’autore, e quindi dagli altri personaggi) in maniera alquanto stereotipata, forzatamente inserita nella vicenda, ma in realtà mai artefice di una qualche evoluzione degli eventi.
Tagliando con l’accetta, è come se Ennis provasse a scrivere Ellis; di quest’ultimo è infatti nota la capacità di lavorare per “sottrazione”, tanto da proporre al lettore dialoghi molto asciutti, nei quali non una sola parola viene sprecata. La necessaria opera di rilettura ha quindi solo il pregio di evidenziare la profondità dei suoi testi, la quale paradossalmente si sostanzia e si accresce in maniera inversamente proporzionale al numero di vocaboli impiegati. In quest’ottica, in un contesto simile un elevato numero di vincoli (cfr. ad esempio qui) non fa altro che alzare l’asticella e giungere in genere a risultati ancora più ragguardevoli.
La scelta di Facundo Percio per i disegni è stata anche qui dichiaratamente voluta, e il risultato finale non lascia certo insoddisfatti: l’autore del mooriano Fashion Beast, infatti, sembra incarnare anche sotto il profilo grafico la “doppia anima” di cui sopra, producendosi nella descrizione accurata di sale controllo, corridoi asettici e passeggiate extraveicolari, pur senza rinunciare ad atmosfere evocative e puntando dove serve su efficaci inquadrature da manuale del cinema horror. Il suo tratto si pone quasi a metà tra Steve Dillon (per le matite) e Garrie Gastonny (per le chine). La gestione delle tavole tende a non rispettare mai una griglia definita, ma ciò non ne mina la leggibilità: lo stesso effetto si mantiene quando, nei capitoli finali, abbondano soluzioni che si estendono su doppia tavola, lacerata con precisione a rendere un interessante effetto mosaico. L’impiego dei colori è ben asservito alla narrazione e non abbisogna di creare effetti troppo ricercati, in quanto il livello qualitativo si mantiene sempre complessivamente elevato.
In aggiunta, da sottolineare come le evocative cover dei singoli episodi insinuino sempre un qualche rimando agli Antichi lovecraftiani, sebbene nella storia in sé non compaiano espliciti riferimenti allo specifico argomento.
In un contesto così povero dei “soliti” approcci e stilemi tipici dell’Ennis–pensiero, alcune tracce rimangono nell’usuale turpiloquio, che però stavolta risulta svuotato da qualsiasi connotazione tanto stilistica quanto “di colore”. In generale, il lettore è costretto più volte a tornare sui suoi passi per recuperare e ricostruire pezzi di discorso che semplicemente vengono skippati per dare l’illusione di una sceneggiatura arguta. Se per certi versi è pur vero che, per ovvie ragioni di ritmo, i personaggi debbano subito arrivare al punto e comprendere subito i confini di qualsiasi problematica, la scelta di un ritmo molto sostenuto dovrebbe al contempo accompagnarsi alla cura e alla salvaguardia di un’opportuna tenuta interna tra una sequenza e l’altra.
Nella maggior parte delle volte, soprattutto all’inizio, ciò non accade.
E se è vero che nello spazio nessuno può sentirti urlare, anche l’ombra di un bacio “sanguigno” (in più di un senso) non rimarrà né per chi si è sacrificata a darlo, né per chi non è stata neanche cosciente di esserne stata la destinataria.







