Come accennavo nella short texiana precedente, la storia che iniziava a metà circa del n.158 era disegnata ancora da Erio Nicolò, fatto all’epoca (e anche dopo, a dire il vero) più unico che raro. Nessun lettore, beninteso, se ne lamentò: il quartetto Galep / Letteri / Ticci / Nicolò era garanzia di assoluta qualità e il solo Muzzi sollevava qualche obiezione.
Nella serie di ottime storie sfornate da G. L. Bonelli dopo il n.100, questa è sempre stata considerata un po’ “minore” dai lettori: certo è meno epica di altre, o anche solo meno “esotica” di quella appena conclusa, con i canachi della Melanesia. E tuttavia la trama, svelata poco alla volta, crea un’atmosfera quasi da giallo eppure che trasuda texianità: le mosse dei quattro pards orchestrate alla perfezione (con Tiger che copre le spalle ed è risolutivo in due occasioni), pestaggi come se non ci fosse un domani, lo sceriffo ambiguo che alla fine getta la maschera…
Tutti ingredienti che arricchiscono un canovaccio tradizionale, con una ragazza da aiutare nella ricerca del padre – anche se il lettore più smaliziato subodora fin dal principio che abbia fatto una brutta fine – e i “cattivi” della situazione che non esitano ad eliminarsi a vicenda nel tentativo di salvare la pellaccia.
Come in altre occasioni, Tex non esita a lasciar perdere qualche “pesce piccolo” (in questo caso, il subdolo Wong) per assicurare alla giustizia il maggior responsabile della trappola tesa ai malcapitati gonzi attratti dai fantomatici dobloni. Ma, una volta di più, la giustizia arriva per altre vie, in una scena finale cruda e intensa come non se ne vedevano da tempo (chi non teme lo spoiler può cliccare qui) a coronamento di una storia ancora gradevole da leggere anche ai giorni nostri – anzi, più di molte storie dei giorni nostri.
