Claudia Petrazzi dà a questo suo esordio un incipit quasi surreale, anche leggero nella sua premessa, ma man mano che la storia comincia a dipanarsi quest’aura scanzonata viene presto assorbita da una riflessione più ampia e più scomoda: il confronto con ciò che siamo, con ciò che reprimiamo e con la parte di noi che preferiremmo tenere a distanza di sicurezza.
La protagonista si muove dentro un quotidiano riconoscibile, fatto di insicurezze sociali, precarietà emotiva, relazioni che oscillano tra sostegno e frizione, un substrato generazionale forte e riconoscibile che pian piano cementa e rafforza la trama, donandole spessore e criterio. L’irruzione del “doppio” non è mai un semplice gioco narrativo, anzi, è spesso una presenza ingombrante, vitale, che costringe a guardarsi allo specchio senza filtri. Non c’è redenzione facile, né una soluzione rassicurante pronta all’uso. Il racconto procede quindi per accumulo, alternando momenti di ironia sincera a passaggi più intimi e disarmanti, con una naturalezza che evita tanto il compiacimento quanto il vittimismo.
Sarà che le ragazze con cui esco
Hanno tutte i mostri sotto il letto
Le ragazze con cui esco
Hanno sempre un incubo nel cassettoGiorgio Canali & Rossofuoco
La scrittura ha un ritmo nervoso ma sempre controllato, capace di essere frenetica senza perdere chiarezza. In questa tensione continua convivono suggestioni e influenze diverse, che vanno dalla sensibilità quotidiana e autoironica del fumetto contemporaneo fino a una certa malinconia seriale di matrice più pop/punk, eppure il risultato non appare mai derivativo. In questo senso anche la colonna sonora che accompagna la lettura non è un semplice orpello, bensì parte integrante del clima emotivo dell’opera, utile a scandirne i tempi e a sottolinearne i passaggi più fragili e irrisolti.
Anche quando la direzione sembra prevedibile, il percorso non lo è mai davvero, perché Claudia Petrazzi riesce sempre a inserire una piccola deviazione, un dettaglio umano, una battuta fuori asse che impedisce alla storia di appiattirsi. È un equilibrio difficile, soprattutto in un’opera prima, e proprio per questo sorprendente.
Visivamente il segno accompagna bene questa irrequietezza, senza sovrastarla. Il tono e il tratto sono coerenti con il mondo emotivo che viene messo in scena.
Il risultato è un racconto che parla di paure e amore senza mai dimenticare che il vero nodo è la fragilità, e che invita – senza proclami – a fare i conti con la parte trascurata di noi stessi, riconoscendo anche il valore degli alleati che già ci circondano. Un esordio che mostra consapevolezza, personalità e un margine di crescita davvero interessante.
