“Frontier” di Guillaume Singelin

Dell'Inferno e del Paradiso

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In sintesi: una storia di buoni sentimenti.

Le sintesi hanno per solito il pregio della chiarezza e dell’incisività: sono utili a trasmettere con rapidità e facilità un contenuto di significato preciso al destinatario del loro messaggio. Ma sono anche fuorvianti: le cose umane, come quelle del mondo, sono complesse, spesso labirintiche, di frequente contraddittorie – e generalmente irriducibili alla semplicità della sintesi.

Frontier di Guillaume Singelin è, appunto, opera complessa e labirintica, in sé non contraddittoria ma dettagliatissima, meticolosa perfino, nel descrivere le contraddizioni dell’animo umano (e delle storture delle nostre società); oltre che un affascinante racconto fluviale, un vero e proprio romanzo per immagini.

Del romanzo, Frontier ha non solo la dimensione fisica, ma anche e soprattutto quella narrativa, con l’ambizione, compiuta, di creare un affresco epocale; di rappresentare, cioè, la nostra epoca: con le sue paure e speranze, i tormenti e gli slanci, le brutture e le (possibili) nobiltà. Epocale anche nel trascendere la sua e nostra epoca, perché narrando di noi e del nostro tempo con i linguaggi e le strutture del fumetto e della fantascienza Singelin ha saputo offrire una visuale davvero ampia e ricca di sfumature delle particolarità di quella creatura contraddittoria che è l’essere umano – che è stato (e probabilmente sarà) l’essere umano in ogni tempo.

Pubblicato in origine nel 2023 e appena arrivato in traduzione italiana, Frontier si presenta contraddittorio sin dal suo biglietto da visita: il tratto morbido e accattivante, le fisionomie pupazzettistiche e cartoonesche dei personaggi si rivelano infatti da subito perfetti per descrivere gli eventi drammatici, le situazioni anche estreme, gli stati d’animo violenti o introspettivi; l’autore ha assorbito e applica al meglio la lezione di tanto fumetto nipponico, trasponendola e adattandola con efficacia nella grammatica della Bédé.

I suoi personaggi sono iconici (nel senso primario del termine) e al tempo stesso del tutto credibili come esseri umani reali grazie all’equilibrio con il quale Singelin li raffigura, un mix perfettamente dosato di iconicità, appunto, e dettaglio realistico cesellato in giusta misura. Se i personaggi, dunque l’elemento umano, prendono forma in modo ibrido tra sintesi grafica e naturalezza espressiva, gli scenari nei quali si muovono sono rappresentati con (fantascientifico) realismo: sia che si tratti degli interni claustrofobici di astronavi, centri di ricerca o stazioni spaziali, o della tecnologia e delle scene nel vuoto dello spazio; sia che a essere mostrati siano i panorami alieni e “meravigliosi” degli asteroidi e planetoidi terraformati, o gli interni della grande serra spaziale di Amytis.

La cura e l’attenzione per il dettaglio sono esaltati dalla ricchezza e finezza delle scelte cromatiche delle tavole, ulteriormente amplificate dal grande formato di stampa, a comporre un risultato finale che scandisce i tempi narrativi dell’opera in quelli propri – come accennato – del romanzo, chiedendo al lettore di prendersi il giusto tempo per soffermarsi a comprendere quello che le tavole, e infine il racconto compiuto, narrano.

Nel profondo, Frontier è una storia classica di caduta e redenzione. Singelin ci fa conoscere i personaggi principali del racconto in un contesto umano e sociale a cui le moderne distopie ad alto contenuto tecnologico ci hanno ormai accostumato – penso, per fare un esempio, alla Trilogia Lunare di Ian McDonald, una delle opere più significative del primo quarto di questo secolo, che di tavola in tavola mi è affiorata immediatamente alla memoria nella prima parte dell’opera. Un contesto umano e sociale, per altro, che è sempre più il nostro quotidiano e che l’ambientazione futuristica – l’uomo sta colonizzando lo spazio vicino, terraformando per sfruttarli asteroidi e planetoidi – non allontana ma anzi avvicina e rischiara, rendendoci concreta l’idea del suo approdo finale: un tecnocapitalismo sempre più degradato e degradante, per il quale il valore dell’essere umano è inferiore allo zero.

Un tecnocapitalismo che appunto oggi vediamo, riconosciamo accerchiarci e soffocarci sempre più (riconosciamo e ri-conosciamo: ce ne avvediamo, cioè, e ne rinveniamo a ritroso la natura in un passato che si pensava ormai trascorso e al contrario ci si sta sempre più riproponendo).

La prima parte dell’opera ci introduce dunque Ji-soo, Alex e Camina, i nostri “eroi”, mostrandoceli raggiungere il punto più basso della loro parabola esistenziale nel mentre che si dibattono, senza senso e apparentemente senza speranza concreta, nelle maglie di una organizzazione sociale ed economica, un Sistema, che appunto è esso stesso al punto più basso del degrado umano: i nomi delle grandi aziende che dominano ogni aspetto della vita umana, che possiedono le vite e le menti umane sono inventati, ma le loro azioni e i meccanismi di funzionamento sono già all’opera.

La forza del racconto di Singelin non è però nella descrizione, per altro perfettamente riuscita, di questo Sistema, né della discesa personale dei personaggi; è invece nel modo in cui egli ha saputo raccontarne la risalita. Il percorso di (ri)nascita personale, l’approdo a una consapevolezza interiore non è mai scontato né lineare, e tanto meno è gratuito: Singelin non fa una ricostruzione “letteraria” di questo percorso, mostrandocelo invece con semplice e ruvido verismo nelle azioni faticose, nei volti stanchi e affranti, nelle ricadute e nelle debolezze dei suoi personaggi.

Di tappa in tappa gli anni trascorrono: e ce ne rendiamo conto, prima ancora che dalla lettura del testo, dalle posture di Ji-soo, Alex e Camina, dal modo in cui l’autore ce li fa osservare nelle loro reazioni agli eventi, esterni e interiori. È questo modo naturale, in presa diretta, che struttura la seconda parte di Frontier a rendere la storia più che “semplicemente” eccellente.

Venata di apparente ingenuità (e a un certo punto Singelin gioca esplicitamente con questo aspetto), la seconda parte dell’opera è invece solidamente realistica quanto la prima. Non dal punto di vista descrittivo, ovviamente, ma da quello progettuale. Se la prima parte richiama senza dubbio le più moderne distopie, la seconda è chiaramente organica ai contenuti e agli intenti delle correnti del Solarpunk. Il percorso di risalita e redenzione dei personaggi non è banalmente un percorso di crescita personale (tanto caro al pensiero liberalcapitalista in quanto perfettamente funzionale all’individualismo competitivo ed egoista) ma si inscrive appunto in una proposta progettuale.

Nessun ottimismo ingenuo, nessuna speranza fondata sulla sola forza “magica” della speranza, ma l’idea centrale che una – piccola – speranza possa esservi, nascere e crescere a partire dai concetti di solidarietà, collaborazione e rispetto delle diversità; avendo piena coscienza di quanto sia DIFFICILE e impegnativo costruire qualcosa su queste basi. L’utopia non può essere ingenua, pena la morte certa; e anche l’utopia consapevole può essere uccisa perché troppo difficile da realizzare: ma è quanto abbiamo, ci dice Singelin, perché l’alternativa è arrenderci a una inevitabile distopia.

Frontier è l’ultimo titolo a oggi della collana Cherry Bomb che Zerocalcare va selezionando per l’editrice Bao Publishing. Una scelta che appare in particolare sintonia con la biografia e l’opera di Zero, uno sguardo del tutto disincantato ma anche ottimistico sulla nostra realtà: un ottimismo della ragione e dello slancio ideale, mai ingenuo però, perché appunto Singelin come Zerocalcare guarda in faccia la realtà senza farsi illusioni pur non rinunciando alla necessità di combattere quella realtà nel tentativo di cambiarla.

In sintesi, davvero: una storia di buoni sentimenti.

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