Neo Novena, metropoli piovosa e opprimente che sembra galleggiare in un’eco lontana della Los Angeles di Blade Runner, fa da sfondo a una doppia narrazione: The one hand, scritta da Ram V e The six fingers, firmata da Dan Watters, intrecciano le vicende del detective Ari Nasser e dell’archeologo Johannes Vale, in una struttura a capitoli alternati unificata dalle tonalità intense di Lee Loughridge, che fonde il tratto netto di Laurence Campbell e quello più sospeso di Sumit Kumar in un unico tessuto narrativo coeso, capace di restituire al lettore una storia che, seppur sdoppiata, si percepisce come un’unica struttura organica.
Un meccanismo che rimanda – per struttura – a Rashomon, grazie anche alla capacità dei due sceneggiatori di modulare ritmo e cambi di prospettiva in modo armonioso.
La scrittura di Ram V e Dan Watters si distingue per la capacità di costruire due trame complementari che si inseguono senza mai sovrapporsi. I dialoghi di The one hand sono asciutti, misurati, in linea con il passo cadenzato dell’indagine, mentre The six fingers predilige un tono più ellittico e riflessivo, in sintonia con la confusione identitaria del protagonista. Entrambi gli autori si muovono con consapevolezza all’interno del genere, piegandolo alle esigenze del racconto senza mai cedere a cliché. La precisione con cui dosano i momenti di rivelazione contribuisce a rendere il ritmo narrativo serrato e coinvolgente, pur mantenendo spazi di ambiguità interpretativa.
Fondamentale, però, è l’atmosfera condivisa tra le due serie, che restituisce profondità tanto ai personaggi quanto alla città stessa, Neo Novena: una Dark City proteiforme, per certi versi proyasiana, oscura e instabile, che si trasforma continuamente secondo lo sguardo di chi la attraversa. Un luogo che diventa nodo narrativo e specchio dell’interiorità, cuore della tensione e del tono emotivo generale.
Se The one hand predilige un impianto investigativo, fatto di ombre, pioggia e neon, The six fingers si muove in uno spazio più psicologico e metaforico, con un tratto grafico più aperto e realistico.
Lo stesso dualismo si riflette nei due disegnatori. Laurence Campbell (The one hand) adotta un tratto marcato e compatto, con volumi pieni e un uso esteso del nero che conferisce peso e gravità a ogni inquadratura. Le ambientazioni urbane non sono mai semplici sfondi: spazi angusti, muri segnati, interni opprimenti contribuiscono a costruire una percezione di costante pressione. La città appare satura, come se fosse sull’orlo del cedimento, riflettendo lo stato mentale del protagonista. I volti sono marcati, reali, vissuti. L’uso dei close-up e degli spazi negativi accresce la tensione, in un impianto visivo che deve molto alla destrutturazione della tavola cara ad Andrea Sorrentino.
Sumit Kumar (The six fingers), al contrario, si muove su registri più morbidi e fluidi. Il suo segno riflette il punto di vista instabile e incerto di Johannes Vale, sostenendo la dimensione psicologica del personaggio. Il disegno aderisce con precisione al suo smarrimento e al suo percorso interiore, risultando più emotivo che atmosferico, in sintonia con il tono della storia.
Come già accennato, l’intervento di Lee Loughridge è essenziale nel costruire un ponte visivo tra i due racconti. Più che contrapporre, il colorista calibra la percezione: nei capitoli di The one hand la luce sembra filtrare da vetri opachi, come se l’intero spazio fosse immerso in un chiarore artificiale; in The six fingers, al contrario, le tinte si fanno più porose, quasi trattenute, lasciando che le superfici assorbano emozioni e incertezze. Loughridge non si limita così ad una differenziazione cromatica, bensì lavora sul tono del colore e sulla sua logica evocando stati d’animo più che codici visivi.
In The six fingers le cromie, pur coerenti con l’altra serie, risultano meno sature e più neutre, a servizio della narrazione introspettiva. Il colore diventa così strumento psicologico, riflettendo dubbi e identità fratturate. Loughridge eccelle inoltre nella resa dei bagliori artificiali – insegne, sigarette, finestre – dando profondità e senso di spazio alla città e ai personaggi.
Insieme, i due comparti visivi formano una visione coerente, ma mai sovrapponibile: due universi distinti nella sensibilità grafica, ma unificati da una coerenza cromatica che guida il lettore nel passaggio da una prospettiva all’altra. Le differenze stilistiche rafforzano la dicotomia narrativa e ne rispecchiano la psicologia.
Al centro del racconto, il percorso dei due protagonisti: Ari Nasser, il detective, e Johannes Vale, l’archeologo. Due figure che agiscono da metronomi del racconto e da specchi per il lettore, incarnando interrogativi e tensioni. Il ritmo si intensifica con lo scorrere dei capitoli, sostenuto da una costruzione narrativa che dosa rivelazioni e snodi con equilibrio crescente.
Nonostante questa costruzione così accurata, l’impianto narrativo mostra a tratti qualche rigidità: in particolare, alcune transizioni tra le due linee temporali risultano meccaniche, e la tensione emotiva non sempre si sviluppa con il respiro necessario. La scelta di sdoppiare la narrazione, seppur efficace nel complesso, porta inevitabilmente con sé alcune ripetizioni o momenti in cui l’alternanza tra le due prospettive rallenta – invece di intensificare – il coinvolgimento. Nella pubblicazione italiana di Edizioni BD inoltre, la scelta di rilasciare le due opere in due distinte pubblicazioni (seppur raccolte in cofanetto) finisce per accentuare tale complicazione.
Nota Bene! Per poterne godere appieno, l’opera va letta alternando un capitolo di The one hand e uno di The six fingers.
I due personaggi si configurano come archetipi: necessità umane fondamentali rese simboliche. Prometei contemporanei, come Neo in Matrix, sono chiamati a un viaggio di scoperta interiore, attraverso il quale decifrare i codici della realtà. Nasser cerca di dare ordine al caos, rischiando di costruirsi una realtà illusoria; Vale, invece, è un investigatore inconsapevole, teso a comprendere le proprie azioni e il proprio ruolo in un disegno più ampio.
Ogni elemento è collocato con precisione per generare un senso di progressiva scoperta e di immedesimazione emotiva. Tuttavia, non mancano alcune forzature: certi passaggi risultano affrettati, e la costruzione dell’angoscia e dell’isolamento non sempre trova un’esecuzione pienamente efficace. Anche la città, per quanto centrale, talvolta sfuma, mancando di affermare con forza una dimensione cyberpunk definita.
Eppure, l’opera riesce a trascinare il lettore nel proprio ritmo e nella propria atmosfera, anche grazie alla familiarità con un immaginario che richiama esplicitamente Blade Runner, Matrix, Dark City, Ghost in the Shell, Westworld, Aldous Huxley e suggestioni lynchiane.
Il risultato è un racconto visivamente e concettualmente coinvolgente che, pur senza rivoluzionare, colpisce nel segno, anche grazie a un finale aperto, ricco di sfumature filosofiche. Una chiusura che invita alla rilettura e alla riflessione su realtà, percezione, significato dell’esistenza e dell’appagamento umano.
Chi scrive ha scelto di leggere tutto questo come un invito a riconoscere che l’unica verità possibile è quella che ciascuno costruisce per sé, in un mondo in cui la realtà è sempre mediata dai modelli interpretativi con cui la abitiamo. Ma ciascuno ha la possibilità di definire la propria idea di Neo Novena.
