In questa nuova avventura di Eva Rojas, Jordi Lafebre ci riporta a Barcellona con una storia che, con la scomparsa di un astro nascente del calcio blaugrana e il cadavere di un neonazista, profuma di noir catalano con tanto di omaggio a Manuel Vázquez Montalbán e al suo Il centravanti è stato assassinato verso sera.
Io sono un angelo perduto è una boccata d’aria fresca. Lafebre ha un tratto che è semplicemente bello — elegante senza essere freddo, espressivo senza esagerazioni e, soprattutto, capace di restituire allo stesso modo il fascino della luce che illumina la città e la tensione sottile sul viso dei personaggi. Barcellona è disegnata con una cura che va oltre il semplice sfondo che le permette, pur senza mai imporsi davvero come personaggio, di brillare. I corpi, i visi, le espressioni sono invece sempre efficaci, misurati. In tutto questo c’è poi Eva Rojas che si impone come icona eccellente e catalizzante.
Narrativamente, il libro scorre con quella leggerezza apparente che è la firma di Lafebre che riesce bene ad architettare un noir all’apparenza ironico, quasi scanzonato, che porta però – sotto la pelle – una vena malinconica, quasi amara, che diventa sempre più riconoscibile come cifra stilistica dell’autore e che si fa largo dettando, delicatamente, il ritmo del racconto. Come nel precedente Io sono il loro silenzio, è ancora e fortemente presente il tema delle malattie mentali, trattate – anche qui – con delicatezza, intelligenza e con un’ironia sincera che non ne svilisce mai la complessità né ne semplifica il peso.
Lafebre non moralizza, non spiega: trova invece una chiave intima, diretta, disincantata e sincera, che riesce a far coesistere il registro leggero con il reale fardello di quello che racconta.
Lo stesso approccio vale per le altre tematiche che fanno da substrato alla storia: speculazione edilizia, orientamento sessuale, esposizione mediatica, gruppi neonazisti. Tutto gestito con questa verve solo all’apparenza scanzonata, capace di farti abbassare la guardia, di far scorrere le pagine quasi senza avvertirne il peso — e poi, quando meno te lo aspetti, colpire con una frase, una svolta, una tavola che pesa più di quello che sembrava.
La differenza rispetto alla precedente avventura di Eva è che qui il baricentro si sposta in maniera più decisa sul personaggio. Compaiono elementi del suo background familiare (in particolare legati alla figura della madre) che ampliano la psicologia di Eva e le danno maggiore spessore. Funziona — e funziona bene — anche perché l’intrigo giallo, pur essendo ben congegnato e godibile, risulta invece piuttosto prevedibile.
Il lettore infatti intuisce l’epilogo abbastanza presto, e da quel momento l’interesse si sposta quasi naturalmente sulla protagonista. Il cuore del racconto diventa quindi non tanto il cosa accadrà, ma il come Eva lo vivrà: come il tutto interferirà con le sue frequenze emotive, come il racconto stesso verrà filtrato attraverso lei.
È un equilibrio che punta tutto sulla qualità del personaggio e, fortunatamente, il personaggio ne regge bene il peso.
Ovvie ingenuità e qualche semplificazione ci sono, e non si fa fatica ad individuarle. Ma vengono digerite senza sforzo, complici una scrittura ottimamente ritmata e una costruzione delle tavole che non lascia mai spazio alla noia.
Io sono un angelo perduto si legge con gusto, fa sorridere, affascina e cattura per tutto il tempo della lettura lasciando quella piacevole sensazione di aver trascorso del tempo bene.
