“Battaglia – Vota Antonio” Roberto “RRobe” Recchioni, Leomacs (1998)

Olocausto Vampiro

//
4 mins read

Che senso ha il finale di Vota Antonio? È un finale del tutto privo di senso; e che dà senso a tutto quanto accade in precedenza nella storia.

Sono brutti, sporchi e cattivi – soprattutto cattivi: non se ne salva uno dei personaggi, principali o minori (finanche le semplici comparse) – che popolano le pagine di questo racconto, con il quale Roberto Recchioni delinea e consolida le caratteristiche che di qui in avanti saranno proprie di Pietro Battaglia, il vampiro pulp che è tra i suoi personaggi più riusciti, forse il più sincero nell’ispirazione e coerente nella realizzazione. Creazione giovanile del suo autore, Battaglia era nato qualche anno prima di questo racconto e troverà ampio sviluppo diversi anni più tardi; ma è appunto in questa occasione che assume la compiuta fisionomia di un Mostro, di un agente del Male. A ben vedere, in realtà: Mostro? Male? Il Pietro Battaglia che osserviamo agire nelle pagine di Vota Antonio e compiere ogni sua azione come logica premessa della logica conclusione che trova il suo esito nell’efferata, scomposta, trucida strage finale (tutto parte di un logico percorso), è davvero un Mostro e un famiglio del Male? O piuttosto è rappresentazione di un Atto di Dio? Operata da un essere che non è (più) di questo mondo, e propiziata dal delirio demente di un ministro dell’Alto (e Altro) Mondo, la mattanza finale suona come un’eco sarcastica della biblica distruzione di Sodoma, con un sacerdote ammattito, ben più spaesato di Lot nell’interrogare il Signore sulla volontà di questi nei riguardi della sua città, e un vampiro criminale perfetto nella parte della folgore di un Dio totalmente distaccato dalle sue creature e dal loro destino – un Dio così adatto ai nostri giorni di indifferente egoismo e al tempo stesso remoto e criptico come solo un antichissimo idolo. E d’improvviso tutto acquista senso.

Un buco sperduto, neppure un vero e proprio paese, solo una frazione: è il set fisico della storia, che riassume in sé e nella sua dimensione di unità minima del consesso umano, eppure specchio perfetto dell’intero, tutto il set esistenziale del racconto. Il luogo è una Sicilia assolutamente fittizia, di cui vediamo cristallizzato nell’invenzione narrativa un tempo che sembra un secondo dopoguerra passato da un po’, dove si fronteggiano fazioni politiche e criminali (politiche perché criminali e criminali perché umane) indistinguibili nella sostanza e nella propria natura, e ferocemente contrapposte dietro facciate ideologiche che a malapena contraffanno la nuda realtà sottesa della volontà di sopraffazione come motore eterno della nostra Storia, legge naturale a cui obbedire: neppure l’avidità sembra muovere realmente caporioni e gregari (tantomeno Battaglia), neppure un’autentica brama di potere; quanto semmai un primordiale, presociale e antievolutivo uomo mangia uomo. Da Zarafa, quel buco immaginario, la visuale si allarga a tutta l’Italia e oltre: il racconto di Roberto Recchioni coagula in quell’unità minima tutto il peggio che ogni giorno possiamo osservare guardando attorno a noi, e spingendo poi più in là la nostra vista. Non è un bel vedere, ma è quanto ci propone la nostra specie – almeno secondo RRobe.

È il disegno di Leomacs, che da qui in avanti si “impadronisce” graficamente del personaggio e del suo mondo, a conferire una materialità solida e naturalistica al Battaglia di Vota Antonio e al racconto di Recchioni. Per quanto ancora acerbo, il tratto di Leomacs risulta straordinariamente espressivo e narrativamente efficace: Zarafa si fa sintesi della nostra società tutta, perché le matite e le chine del disegnatore romano ne fanno un palcoscenico a un tempo metafisico e dotato di una grezza realtà materiale tutta naturale: brutta, sporca e cattiva, again. Realtà che, di nuovo, si rispecchia negli individui che la popolano: quegli individui sbalzati sulla pagina con ghignante e deformata precisione antropologica da Recchioni e che Leomacs muove sulla tavola, dentro la vignetta, con un segno violento e grottesco, un bianco e nero che si scontra in blocchi di materia grevi, pesanti; che fa emergere in tutta la sua energia esplosiva la scrittura eccessiva, guascona e così compiaciuta del suo sodale.

Un grottesco insistito, calcato, reiterato è in tal modo chiave di volta e interpretativa del personaggio e del racconto, nonché lente deformante: sia sotto l’aspetto estetico e visuale che sotto quello narrativo. È il modo grottesco che rende vive e vivaci le figure del racconto, e che trasforma quella che altrimenti sarebbe una banale storiella tutta splatter di morti squartati, teste scoppiate e violenza abbestia in un apologo sulla decomposizione della nostra società. Paradossalmente, nel mentre che l’intensa caratterizzazione grottesca trasforma in qualche modo i personaggi da archetipi primordiali in macchiette, al tempo stesso attraverso tali macchiette dona una profondità tragica pressoché assoluta alla rappresentazione lasciando affiorare in purezza la follia e l’insensatezza del nostro agire (sempre nella visione deforme qui proposta).

 

La chiave grottesca è altresì il nostro passe-partout per accedere a una lettura del racconto forse più basica, ma non meno (se non più) autentica. Specie alla luce del prosieguo di carriera di Roberto Recchioni. Quanto detto emerge senza difficoltà dalle pagine della storia, ma tutto assume connotazione e senso più rotondi e completi se si tiene presente il gusto, la genuina fascinazione di Recchioni per tutto ciò che fa eccesso: dialoghi eccessivi; personaggi eccessivi; racconti eccessivi. Intere serie a fumetti fondate sullo strabordare estetizzante della parola (e talvolta anche del disegno) a prevaricare il contenuto. Qui tuttavia RRobe si mostra in pieno controllo dei suoi mezzi espressivi, l’eccesso è misurato e soprattutto commisurato agli eventi che si svolgono sotto gli occhi del lettore: nulla straborda, ma plasticamente delimita e definisce; il compiacimento estetizzante si traduce in precisa scelta estetica che produce un risultato rigoroso. Al gusto del lettore apprezzare o meno (e personalmente ho apprezzato).

In definitiva, concludendo la lettura è facile immaginare l’allor giovane autore, appena ventiquattrenne, spiritato e gongolante nello scrivere FINE alla sua sceneggiatura. Con un sorriso beffardo, un po’ sghembo, forse consapevole di aver dato vita a un piccolo ma prezioso gioiellino.

Ultimi Articoli Blog

0 0,00 €