Groucho Quarto: una voce fuori dai club(bini)

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La Sergio Bonelli Editore prosegue con le sperimentazioni del Dylan Dog Color Fest con il nuovo appuntamento annuale dedicato a Groucho: Groucho Quarto, appunto. Lo stesso curatore Roberto Recchioni, sui soliti canali social, definisce la pubblicazione Color Fest “una delle più longeve e qualitativamente rilevanti riviste di fumetto d’autore della storia italiana”.

Al di là dell’ovvio pro domo sua, a parere di chi scrive è sempre interessante vedere come nomi estranei all’universo dylaniato si cimentino con esso passando attraverso l’ingresso più ostico, quale è appunto Groucho (a questo punto sarebbe più corretto parlare per loro di universo grouchato).

Premessa

Senza voler semplificare eccessivamente, poniamo come assunto base che una storia “da incubo”, con protagonista il solo indagatore del medesimo, ha alla base una ricetta relativamente riconoscibile: un algoritmo codificabile che può essere rielaborato entro un certo limite di varietà di opzioni idonee, all’interno di un dominio di ammissibilità. Groucho potrebbe tranquillamente essere eliminato dall’equazione (come spesso accaduto nella serie): ciò renderebbe indubbiamente più povero il risultato finale, ma la storia rimarrebbe comunque tecnicamente in piedi.

Parlare del solo Groucho, invece, può significare modificare tutto l’impianto di cui sopra secondo almeno tre differenti strade:

Sostituzione: “Lo sbucciacipolle” di Zerocalcare

Prima soluzione: declinare la ricetta originale semplicemente cambiando il personaggio principale, lasciando inalterato il resto: in questo modo cambia l’approccio allo svolgersi degli eventi (la battuta come motore diegetico principale, e non di supporto), ma rimane intatto il discorso del “caso da incubo da risolvere”, con tanto di Bodeo che fa fuoco e sconfigge i mostri.

Questo è a grandi linee l’approccio di Zerocalcare, che giustappone la sua riconosciuta rebibbianità a Craven Road quel minimo che serve per far capire che si tratta di lui (al di là degli aspetti di disegni e lettering, su cui non sembra il caso di soffermarsi). In questo modo l’autore imbastisce una storia che parte in maniera abbastanza classica, ma che non trova il tempo necessario per svilupparsi a dovere, e che per lo stesso motivo si conclude in maniera abbastanza didascalica.

L’unica nota di (ricerca di) originalità sta nel modo in cui viene affrontata la domanda “Groucho, chi sei?”, che negli ultimi anni sembra sia divenuto crocevia verso la comprensione del personaggio: nelle pur poche tavole che vedono il confronto diretto tra il nostro e lo sbucciacipolle che dà il nome alla storia, emerge chiaro il tratto di scrittura tipico di Michele Rech, in una forma più piena e propria rispetto a tutto il resto della storia. La storia diventa quindi fumetto d’autore, ma solo in quel limitato scambio di battute.

Sottrazione: “Papà sto male” di Maicol&Mirco

Altra soluzione è quella di astrarre completamente i tratti caratteristici del personaggio per arrivare ad un artefatto molto generale, che più che smussare gli angoli li elimina direttamente, nella ricerca di un’essenzialità (sia in sede di scrittura che nella resa grafica) che renda il concetto per quello che è: il vuoto del vaso, che però definisce il vaso stesso.

Maicol&Mirco fa di questo approccio “in sottrazione” la sua cifra stilistica caratteristica e caratterizzante, cosa che già di per sè è di difficile collocazione, dato che si sta appunto parlando di un tentativo spinto di astrazione di situazioni, idee e concetti.

La storia è forse anche per questo la più breve delle tre, e ad una prima lettura scivola via anche troppo velocemente. Una successiva rilettura si offre ad un’analisi più profonda, guidata delle premesse di cui sopra, e si scopre che l’autore dai due nomi cerca di scavare nelle viscere dei personaggi – in questo caso Groucho e suo padre – ricercandone un qualche layer più intimo che la buccia esterna non lascerebbe trapelare (in questo si potrebbe cogliere una certa continuità di intenti con la prima storia).

Il risultato (plot twist compreso) risulta alla fine vittima di quella stessa ricerca dell’essenza di cui si diceva prima: se questa può risultare valida e pungente per situazioni che si esauriscono nell’arco di un’unica vignetta/pagina, mostra invece ben presto la corda nel caso di un soggetto da articolare in più tavole (in questo, forse tre pagine bianche sembrano eccessive). Il tratto caustico dell’autore rimane però inalterato per quella storia dei montoni.

Centralità: “La caduta di Gro-Uk-Oh” di Bucci/Camagni

Un ulteriore approccio è invece quello di mettere le battute al centro come manifesto elemento portante. Qui non c’è una ricerca del “dietro le quinte” di Groucho, anzi si tende a spiegare il perché e il percome Groucho sia quello che normalmente vediamo, e che trova piena realizzazione di sé in quello che normalmente gli vediamo fare come spalla di Dylan. L’autore ha bisogno però di contro di costruire una storia che giustifichi tale scelta; è un po’ come quando si costruisce una freddura, dove all’invenzione del gioco di parole deve fare seguito la creazione del contesto che prepari (e conferisca senso) al gioco di parole stesso.

Leggendo in questo modo “a ritroso” la storia di Marco Bucci vengono fuori in qualche modo i limiti proprio nella costruzione del contesto di cui sopra, il quale annaspa in un pout-pourrì di spunti che vanno dal Conan di Schwarzy, passando per Ken il Guerriero, fino ad arrivare ai Cavalieri dello Zodiaco e Sailor Moon, passando financo dalle parti di Renzo Arbore! Proprio per questo motivo nessuno di tali spunti assurge a elemento narrativo principale, per cui la prima parte della storia procede in maniera ellittica e diseguale nella generale ricerca di un senso nella narrazione, sfociando senza la dovuta preparazione nella seconda parte che svela comunque  il giochino (la famosa freddura) e cerca di salvare il salvabile buttandosi pure sul metafumettistico (tanto per non farsi mancare nulla), ma chiudendosi in realtà tecnicamente in un nulla di fatto.

Si tratta ad ogni modo di una scelta poco ordinaria, adatta appunto ad un palcoscenico particolare come questo, e che guadagna punti grazie al comparto grafico ad opera di Jacopo Camagni che conferisce al tutto un tratto molto pulito ed elegante (anche grazie al prezioso supporto di Sergio Algozzino alla consolle grafica), che apparentemente stona con il tono della storia, e che forse proprio per questo vi si adatta in maniera particolarmente efficace.

Conclusione

Passando sopra all’ovvia possibile considerazione secondo cui autori che mai si sono cimentati con un personaggio, tendono a fare il compitino per non correre rischi, qui al di là di tutto si può quantomeno esprimere un compiacimento per quanto concerne il ventaglio di approcci seguiti per affrontare la peculiare materia narrativa. Magari Roberto Recchioni questa volta ha ragione: se pure una definizione standard di “Fumetto d’Autore” non esiste (e un po’ dovunque si cerca di esprimere la propria opinione alla meno peggio, come qui), un lettore poco avvezzo potrebbe comunque non coglierne le segrete peculiarità e sfaccettature.

Circoli, circoletti e clubbini ritengono ognuno di detenere la vera e definitiva interpretazione di tale espressione, e chissà?, proprio per questo motivo ritengono che questo tipo di fumetto non sia rinvenibile o ravvisabile tra queste pagine. In questa sede non ci si arroga il possesso di nessuna verità indiscussa, solo al massimo un po’ di buon senso; sulla scorta di ciò, “Groucho quarto” è un tentativo maturo e consapevole sia di trovare nuove modalità per percorrere strade già battute, sia di affrontare nuove strade, anche se con i soliti mezzi: se non è fumetto d’autore, è però fumetto coraggioso, e già per questo è meritevole di rispetto…e affetto.

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