Oltre La Linea dell’Orizzonte e perfino più in là

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La doppia emigrazione degli italo/bengalesi

Un altro segnale incoraggiante della sempre maggiore diffusione del medium fumetto è rappresentato dalla pubblicazione ad autunno del 2021, da parte di Becco Giallo, del bel volume La Linea dell’Orizzonte. Un ethnographic novel sulla migrazione tra Bangladesh, Italia e LondraGià dal sottotitolo si intuisce che gli autori – il sociologo Francesco Della Puppa, lo sceneggiatore Francesco Matteuzzi e il disegnatore Francesco Saresin – intendono valicare i pur ampi confini della normale narrazione a fumetti per realizzare una vera e propria opera scientifica, che può vantare perfino il sostegno dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

L’opera consiste nella trasposizione a fumetti del lavoro di ricerca di Della Puppa, esperto di migrazioni internazionali, che ad un certo punto della sua carriera universitaria si è spostato a Londra sulle tracce dei cittadini italiani di origine bengalese che – arrivati in Italia negli anni ’90 e dopo aver conquistato la cittadinanza – decidono di trasferirsi in Inghilterra alla ricerca di maggiori opportunità di integrazione sociale per i loro figli. Un lavoro estremamente interessante, che apre squarci notevoli sulla situazione sociale ed economica europea e sulla sua continua trasformazione. Si premette che il lettore non deve spaventarsi di fronte alla specializzazione del tema trattato, dato che gli autori (il giornalista e docente di fumetti Matteuzzi e il quasi debuttante illustratore Saresin) riescono a creare una storia piacevole, trasformando l’alter ego fumettistico di Della Puppa nel protagonista di una ricerca  appassionante, lontana da numeri e statistiche. L’approccio etnografico di Della Puppa prevede il contatto diretto con i gruppi sociali e i soggetti protagonisti dell’indagine, che in questo caso sono appunto i bengalesi/italiani trasferitisi recentemente a Londra, in un fenomeno definito come onward migration, seconda migrazione.

Le motivazioni

 Si tratta di scelte personali difficili e non sempre pienamente comprensibili, dato che – espatriando nuovamente – i protagonisti delle varie interviste ammettono di dover rinunciare alle certezze faticosamente conquistate in Italia in due decenni di permanenza: non soltanto la cittadinanza e la sicurezza di lavori stabili, ma anche la rete sociale e le conoscenze personali costruite. In Inghilterra ad aspettarli c’è una società sicuramente più aperta e multiculturale, dove i loro figli possono studiare e integrarsi più facilmente, aspirando ad una ascesa sociale per ora impossibile in Italia dove, per esempio, il mussulmano di origini pachistane Sadiq Khan non potrebbe mai diventare sindaco di una grande città. L’arrivo in Inghilterra ovviamente non è facile, sia per il costo più alto della vita, sia per l’accoglienza non sempre felice dei bangladesi di prima immigrazione, solitamente non entusiasti di vedere arrivare dal sud Europa dei concorrenti dal punto di vista lavorativo. A controbilanciare le fatiche del trasferimento è la possibilità di accedere al welfare sociale previsto nel Regno Unito, i famosi benefit per l’affitto, lo studio, i figli. Si tratta anche di una sorta di rivincita nei confronti del colonialismo inglese che ha devastato il loro paese.

L’associazione, pag.44

Nei racconti dei vari intervistati emergono le difficoltà incontrate in entrambi i percorsi migratori, a cominciare dai lavori sottopagati all’arrivo in Italia, per proseguire poi con le difficoltà di costruire una famiglia, con i difficili inserimenti per le mogli, sposate per procura familiare in Bangladesh.

Subentra poi l’incertezza della scelta di lasciare l’Italia, paese verso cui si prova riconoscenza e affetto, per ricominciare tutto da capo con l’esperienza della migrazione, senza però poter più contare sulle energie giovanili per abituarsi a nuovi ritmi di vita nella megalopoli londinese, dove il lavoro è continuo e diventa difficile anche vedere gli amici. Andare a Londra diventa quindi un traguardo, il cui raggiungimento può essere molto doloroso: la riconoscenza per l’Italia – che ha dato lavoro e cittadinanza – si mischia alla consapevolezza di sapere che lì si è cittadini di serie B, a causa del colore della pelle. Una nostalgia doppia, non soltanto per il paese d’origine che si è dovuto abbandonare in gioventù, ma anche per la seconda patria, per il clima e per i ritmi di vita della provincia italiana, che è talmente forte da spingere addirittura alla costituzione di associazioni di comunità italo-bengalesi.

Ad accompagnare le confessioni dei doppi immigrati sono poi le incertezze personali sulla scelte di vita del protagonista, il giovane ricercatore Francesco, che variano dai legami affettivi lasciati in Italia alla scelta stessa della propria ricerca, viste le difficoltà iniziali a portare avanti le interviste. Nonostante il piacere di poter parlare con un italiano, che ricorda loro la patria appena lasciata, i recenti immigrati non sono sempre completamenti disponibili a confrontarsi con Francesco, anche semplicemente per una questione di tempo da gestire nella frenetica vita londinese.

L’ingegno del ricercatore

Dopo aver subito una rapina e privo di soldi e del cellulare con i contatti indispensabili a proseguire nel suo lavoro di ricerca, solo la determinazione personale di Francesco gli consentiranno di trovare la motivazione per rimanere in Inghilterra: con un espediente geniale, facendosi assumere come barista nel bar frequentato dagli italo-bengalesi, riuscirà a riallacciare i contatti con la comunità. I tanto agognati caffè e cappuccini italiani saranno alla base della nascita di un legame forte tra il ricercatore e i migranti intervistati, che orgogliosamente possono per la prima volta raccontare le loro scelte di vita.

Durante la lettura emerge la bravura degli autori nel mettere in scena un materiale quanto meno insolito per il fumetto: Matteuzzi riesce a sottolineare nella sceneggiatura, nei dialoghi e nei silenzi, le ansie e le incertezze del protagonista e la drammaticità delle esperienze raccontate dai migranti. Saresin, a sua volta, disegnatore dallo stile non particolarmente dinamico, riesce ad accompagnare la narrazione – e soprattutto la recitazione – dei vari personaggi grazie ad un uso sapiente dei colori, che rendono bene lo stacco tra le varie ambientazioni e i tempi del racconto.

Ovviamente non devono essere dimenticati i meriti della casa editrice Becco Giallo, che ha ormai abituato i lettori alle sue produzioni di alto livello civico e morale, compiendo con quest’opera un ulteriore passaggio: dal graphic journalism all’ethnographic novel. Evidentemente anche la Linea dell’Orizzonte del fumetto è tutta ancora da raggiungere.

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