A quasi vent’anni di distanza dall’edizione originale e a dodici dalla traduzione francese, con L’ora del caffè – grazie a Bao Publishing – il lettore italiano ha nuovamente accesso all’opera del purtroppo troppo raro Tetsuya Toyoda, e chi scrive spera che l’iniziativa apra la strada alla precedente raccolta di racconti brevi Googles e soprattutto rinnovi l’interesse per quel capolavoro assoluto che è Undercurrent, edito da Dynit Manga nel 2019 e ancora disponibile, adattato nel 2023 per il cinema (non d’animazione) da Rikiya Imaizumi. Perché, cito il regista: «Undercurrent fa parte di quelle opere che possono salvare chi le legge» (ne abbiamo parlato qui; il film tuttora attende una diffusione europea).
La scelta può sorprendere: il riutilizzo di personaggi ricorrenti già apparsi nei due manga precedenti non sono tanto una strizzata d’occhio al lettore, quanto un elemento di continuità che permette di entrare nella poetica dell’autore. Forse la causa è nel caffè, tropismo di moda in Giappone, o nel personaggio principale, uno stravagante regista di origini italiane.
Ma che importa, da qualche parte si deve pur cominciare.
Nella breve presentazione biografica, non sapendo che scrivere (l’autore è schivo, sfugge i media) Bao lo paragona a quell’altro gigante che è Jiro Taniguchi. Il richiamo è palese: non tanto nel tratto – quello di Toyoda meno lineare, più lavorato di quell’insistenza che rivela la paura dell’approssimazione e nei propri mezzi (quando invece) – quanto nel sapere raccontare tramite il taglio delle inquadrature. Come nella pagina che apre la raccolta, ove è il cambio del punto di vista a rivelare la fretta della protagonista e tramite questa il suo carattere.
Basta allora un piano ravvicinato, un cambio di prospettiva per rivelare la forza di Toyoda, che come nessun altro l’avvicina al regista Hirokazu Kore-Eda: la capacità di raccontare e suggerire – tramite uno sguardo, un’inquadratura, un silenzio – le ferite dell’infanzia e l’impotenza e la tenerezza degli adulti nell’affrontarle, come e ove esse si rivelino: nella solitudine della morte di un senzatetto, nel tradimento di un amico, nel sentimento di abbandono, nella voglia di finirla, ma anche nel perdono e nel pudore di voler continuare.
È nella delicatezza di questa evocazione e nella luce che senza retorica si fa strada che Toyoda arriva, in maniera unica e sublime, a toccare il cuore di tutti noi.
