Unire la commemorazione del quarantennale a quella dei santi è sicuramente meglio di unirla a quella dei defunti. Quindi procederò esattamente in questo modo.
Per me Dylan è stato il primo fumetto seguito con la continuità necessaria, quasi dall’inizio. Abitando in un piccolo meraviglioso paese sardo, dove i fumetti arrivavano con la periodicità più variegata possibile, dal “mai uscito” alle buste con tre fumetti (Gil, Kinowa o Maschera Nera, e uno tra Zagor e Tex, generalmente) all’ “arràngiati”. Dylan divenne invece quello che si doveva comprare per forza.
Il primo numero fu il numero 7, La zona del crepuscolo (con il Valdemar di Poe, per il quale avevo e ho un rapporto di idolatria), acquistato in gita scolastica, poi Il ritorno del mostro il mese successivo a Benetutti. Qualche mese dopo al mare presi il primo speciale (Il Club dell’Orrore), Diabolo il Grande e Killer. Poi, l’anno successivo, nuovamente al mare comprai Il tunnel dell’orrore. Da quel numero presi gli arretrati che mancavano e non ne saltai uno per moltissimi anni.
Molti che ho conosciuto – tra medie, superiori, financo all’università – mi hanno visto con un Dylan in mano.
Potrei scrivere per ore su di lui avendone discusso tantissimo. Anche recentemente con il mio amico Peppe, si parlava di Harmony (colpa di uno dei quattro articoli del numero 481). Siamo rimasti solo in due a comprarlo ormai, sono lontani i tempi in cui c’erano persone che intercalavano con “Porca Cicca” o “Anzichenò”. Giuro che li ho conosciuti sul serio.
Credo che per molti motivi Dylan sia stato importante: per il ritmo cinematografico che riusciva a tenere; per le indicazioni verso altri film o libri che non conoscevo; per tante altre cose (anche per le arrabbiature, ricordo ancora la semi-stroncatura de Un gatto nel cervello di Fulci in un Almanacco, quanto mi incaz*ai).
Ne feci anche una parodia, Milan Fog l’ingegnere dell’incubo, in una storia folle dedicata a Robin Wood, dove appare anche la persona che per prima mi fece scrivere su uBC.
Ma voglio parlare del mio Dylan di Aulin.
Allora ero alle medie, mi chiamavano Saddam Hussein per via dei miei baffi. Era un giorno di fine ottobre, correva allora il 1988. Si stava avvicinando proprio la festa di Aulin, col corredo di Michael Myers, Jason Voorhes e Freddy Krueger. Ero in piena vena horror, anzi, me la porto appresso ancora.
A dodici anni il mondo della paura era difficile da reperire, ma riuscivo con abilità a guardare molti film e leggere libri. Ero passato da Poe a Lovecraft, da Wilde a Mary Shelley, in quel periodo scoprivo il Re, Dean Koontz e la Highsmith.
“Sembri il dottor Divago”, mi risponderebbe Groucho.
Torno alla vicenda del titolo, e non divago più ondivago.
Ho appena finito di fare la doccia. Niente Bates Motel però, come nel bellissimo Dal profondo, niente Norman né occhi del Mostro della Fogna, che al chiuso si vergogna, o come cavolo era.
Quello che ci sarà è una bruttissima caduta. Finita la doccia, scivolo sbattendo la testa allo spigolo della lavatrice. Mia madre sentì le urla e il pianto, ma non poteva farci nulla, anche perché mi ero chiuso a chiave (da quel giorno in casa non ci saranno più le chiavi delle porte). Fui io stesso – strisciando ricoperto di sangue e rialzandomi ciondolante – ad aprire quella porta, il Fabio Chainsaw Massacre (pur senza Chainsaw e senza Leatherface). Mia mamma si trovò infatti davanti a uno di quei film splatter che guardavo io, ma lo vide nella realtà.
Cosa c’entra con Dylan Dog? Parrebbe nulla, tolta la scena alla Cagliostro, ma si era alla fine del mese. Mi impuntai tantissimo, non volevo andare alla guardia medica, a Bono, se prima non mi fosse stato comprato il Dylan del mese.
Ero malmesso, dolorante e in stato di schock (lo scrivo alla Mario Bava), ma l’unica cosa importante era comprare il Mio fumetto, veniva prima di ogni cosa.
Comprato quello si poteva andare dal medico, che mi mise i punti e suggerì cose che non ricordo affatto. Iniziai il mio Dylan Dog, durante il viaggio di ritorno e lo finii a casa. Credo di essere poi svenuto nel letto.
Quando mi svegliai mi sembrò di avere sognato una storia assurda proprio su Dylan: taxisti che investivano astronauti, Dylan in discoteca, Mickey Rourke, cocaina. Non poteva esistere affatto una storia del genere. Quando lo rilessi mi accorsi che non era un delirio da antidolorifici ma la storia vera, Dopo Mezzanotte. Sclavi & Casertano in uno dei miei capisaldi del primo Dylan: l’Inferno di Dante nella discoteca e tante sottotrame che si univano. Un numero folle e bellissimo. Un ricordo indelebile.
Ancora ieri mentre guidavo, rientrando da Budoni con il naso tappato, pensavo al taxista e ai suoi racconti di battaglie navali. Meraviglia.
Alla fine passai la notte di Aulin in ospedale, trauma cranico. Non penso che mi diedero dell’Aulin ma non si sa mai. Da quel giorno i miei ECG non furono mai più normali. Questo si capisce facilmente. All’ospedale un’infermiera mi chiese come mai avevo tutti quei baffi, il nipote della mia stessa età non ne aveva nemmeno la parvenza. Risposi grouchianamente, consigliandole di metterci il concime.
Ecco cosa ha significato Dylan per me: era più forte del dolore e della voglia di vedere un medico.
Buona 40a festa di Aulin, Dylan: per me è invece la 50a, cento di queste commemorazioni. Senza Michael e senza colpi in testa.
Speciale di
Dylan Dog è © Sergio Bonelli Editore. Questo speciale è un’iniziativa indipendente di uBC Fumetti, non promossa dall’editore.Dylan Dog © Sergio Bonelli Editore · iniziativa indipendente
