“Huck”
di Mark Millar & Rafael Albuquerque

I figli sono di chi li cresce

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Essendo il personaggio apparso – con un minutaggio limitatissimo, in mezzo a millemila altri personaggi – in Big Game, sembrava doveroso dedicargli un minimo di attenzione in più.
Leggenda vuole che l’idea primigenia per questa run Millar l’abbia avuta dopo un incontro con una persona in un centro di volontariato. Costui si proponeva di fare una buona azione ogni giorno, grande o piccola che fosse, e questo costituiva il suo carburante per affrontare con spirito positivo ogni nuovo giorno.
Da questo a formulare l’iniziale “high concept” da sviluppare in ottica MillarWorld, il passo è stato relativamente breve: cosa accadrebbe se un tizio un po’ alla Forrest Gump avesse dei superpoteri? E se li usasse solo per fare delle buone azioni in maniera del tutto disinteressata? Magari all’interno di una piccola comunità rurale a stelle e strisce che conosce la sua vera natura e si impegna a non divulgarla?

Lo step successivo vede il miscelarsi, a mo’ di zibaldone, di spunti conosciuti e pertanto riconoscibili, dall’epopea di Smallville con tanto di compagnia canina, alle città segrete russe (qualcuno ha detto K-11?), a (più di) un pizzico tra X-Men e la Vedova Nera, insieme a molteplici ulteriori risonanze in particolare con la cosiddetta “silver age” dei supereroi, dove la distinzione tra buoni e cattivi era quasi manichea perché così doveva essere, e ogni racconto doveva farsi latore di un sottofondo di “feel good”. D’altronde, sempre in questa stessa ottica, anche il nome del protagonista sembra voler giocare su un doppio binario: da un lato il riferimento a Huckleberry Finn, vera e propria celebrità del panorama letterario statunitense; dall’altro, il richiamo al marvelliano Hulk – vedi la forza erculea, o la capacità di spiccare balzi notevolissimi. A tale proposito, uno degli avversari di Huck si presenterà con il nome di Tom.

La run del 2015 è contemporaneamente una origin story e una sorta ciclo di rinascita, dato che Huck si ricongiunge alla propria famiglia; il tutto ovviamente condito con un finale aperto per poter sfruttare il franchise a un livello multimediale – aspetto già più volte affrontato, quando si parla di MillarWorld. Nel mezzo, un’ordalia di “già visto”, com’era facile immaginare data la mole di rimandi relativamente palesi, ma al di là ciò ad impressionare – non necessariamente in positivo – è la (voluta?) mancanza di approfondimento della trama in più di un punto: va bene non indugiare su ogni singolo passaggio per allontanare l’effetto spiegone, tuttavia molto spesso durante la lettura si avverte una sensazione di un patchwork tenuto (bene) insieme solo dalla vena pop della sceneggiatura, la quale riesce però a mascherare lo scarno background solo ad una prima lettura. La ridda di stereotipi, per certi versi dichiarati sin dall’inizio, alla lunga logora l’esperienza di lettura e ci si ritrova in più di un caso a proseguire principalmente per la qualità grafica dell’opera.

A tale proposito, infatti, Huck segna la prima collaborazione tra Millar e Rafael Albuquerque, la quale si rinnoverà di lì a poco con Prodigy. La differenza tra i due lavori si apprezza sotto molti aspetti, ma è soprattutto chiaro che nel caso in questione è il generale mood a guidare non solo il tratto, ma anche e soprattutto il lavoro sui colori (a firma di Dave McCaig): l’approccio grafico tende infatti ad assestarsi su un certo qual minimalismo, venato da un accento caricaturale, e la sensazione rimane di sentirsi quasi come dentro un racconto di Mark Twain (di nuovo) o Ambrose Bierce. La palette acquerellata concorre a questo medesimo scopo grazie ad un sapiente lavoro sulle atmosfere, trasformando buona parte dell’opera in una galleria di dagherrotipi incorniciati da esporre accanto al servizio buono. Si tratta chiaramente di uno sforzo premeditato e combinato per asservire gli intenti della sceneggiatura, e rendere l’idea di un paese come quello cantato ai tempi dai Ricchi e Poveri, entro i confini di un Paese che ancora e sempre si pone come il portabandiera dei valori “giusti” in contrapposizione al moloch russo, che come nemico ci sta sempre bene – e Apollo Creed ci scommetterà sempre i guantoni sopra, mentre Giambattista Vico contempla la scena sconsolato.

Eppure, di quel moloch russo Huck è figlio biologico – sebbene, a partire da San Giuseppe e passando per Eduardo, la famiglia “vera” è quella che ti aiuta a crescere e ti protegge, al di là di chi ti ha dato la vita. Millar se la gioca facile con questa galassia di sentimenti: in fondo l’amore – in qualsivoglia sua espressione – rimane il motore fondamentale di ogni narrazione. E Huck deve allontanarsi dalla sua famiglia per ricostruire la sua famiglia, e in questo caso il gioco di parole è fortemente voluto.

Huck è la storia di tante suggestioni che faticano a diventare una storia: forse un po’ di lentezza di comprendonio, ma tanto buon cuore, sia per quanto riguarda il protagonista, sia (stavolta) anche per quanto riguarda il suo autore.

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