Solo Millar, sempre (più) Millar, o meglio: sempre più MillarWorld (per Netflix, of course).
Tra i suoi lavori più recenti, oltre al già citato Night Club, compare anche il presente Ambassadors, con il quale l’autore britannico sperimenta l’ennesima variazione del concetto di “team of superheroes”. Le specifiche si concentrano questa volta sul concetto di dea-ex-machina, la quale fa la sua comparsa (relativamente) all’inizio della storia, nei panni di una donna di origine coreana dallo straordinario ingegno, tale Choon-He Chung, che è stata capace di decifrare il segreto alla base dei superpoteri, e di creare così una sorta di “banca dati” dei medesimi (per dirla alla Dylan Dog), ai quali poter attingere per svolgere le classiche incombenze da supereroe.
La storia, dal punto di vista tecnico, ruota attorno a questo concetto, ma nella pratica il vero motore narrativo è, per stessa ammissione dell’autore, fortemente ispirato alle atmosfere del celeberrimo Willy Wonka: come da un lato il misterioso genio dei dolciumi, partorito dalla fantasia di Roald Dahl, aveva messo in palio la sua eredità tra coloro che avrebbero trovato il mitico biglietto dorato nascosto in una delle sue confezioni di cioccolato spedite in tutto il mondo, così qui la Chung decide di attivare un’opera globale di monitoraggio per decidere a chi – una persona per nazione – concedere questi doni para-divini.
Intendiamoci: lo stesso Wonka, dopo una prima fase legata unicamente al caso, ha poi fatto le sue valutazioni per individuare il più meritevole a succedergli – ed era assolutamente verosimile che tutti i fortunati possessori del biglietto dorato avrebbero potuto essere animati da sentimenti e motivazioni meno che positivi. In questo caso invece il genio coreano si arroga univocamente il diritto di scegliere, pescando praticamente da una platea ampia quanto l’intero orbe terracqueo.
La contaminatio di cui si è già detto guarda stavolta molto da vicino nientemeno che a Watchmen: lungi però dal voler paragonare quest’opera con il magnum opus targato Moore/Gibbons, diciamo che Millar tenta di dare una risposta alla classica domanda “who watches the watchmen?” – con l’ovvio risultato di non riuscire a risolvere il quesito, ma solamente a spostarlo su un gradino ancora più alto. A margine, il ruolo fondamentale giocato da un Leonardo Da Vinci dall’estremo oriente richiama curiosamente anche la serie tv del 2019 creata da Damon Lindelof.
Tornando a noi, la stessa Chung non è esente da scheletri nell’armadio, dato che il suo ex-marito (che aveva iniziato con lei lo studio dei superumani) l’aveva fatta incarcerare con l’imbroglio, al fine di perseguire l’obiettivo da solo con l’unico scopo di diventare più ricco di Creso. Colei che pertanto è giudice ad un tavolo, è al contempo imputata su un altro, e questo non può che interferire sulla sua obiettività nell’individuare gli “ambasciatori” del bene per creare una sorta di supergruppo internazionale. A tale proposito, le classiche sei parti di cui si compone questo primo volume – volete che Millar non si cimenti con l’ennesimo franchise da sviluppare? – si concentrano in buona parte su altrettante origin stories di tizi che, dalla Francia all’Australia passando per India e financo l’Italia, ricevono ognuno in maniera diversa questi atipici regali di Natale. La foliazione non permette di approfondire più di tanto le singole vicende, ma in questo Millar supplisce efficacemente con talento e mestiere, tratteggiando con poche pennellate contesti e personaggi per nulla bidimensionali.
In aggiunta, per la serie “non si può avere tutto”, va sottolineato che ogni neo-super può sì accedere alla banca dati di cui si è detto, ma con la possibilità di scaricare – come fossero delle app – solo fino a un massimo di tre superpoteri per volta; se poi uno di loro sta già usando una particolare abilità, questa non potrà essere utilizzata dagli altri. È molto probabile che l’autore abbia voluto autoimporsi dei paletti per (i) rendere i personaggi più controllabili, senza dover usare escamotage risibili per giustificarne il non-utilizzo perché altrimenti troppo potenti (chi ha detto Captain Marvel nell’MCU?) e (ii) veicolare da par suo l’idea di squadra, dove l’unione fa la forza, l’unità nella diversità, e compagnia cantando – e altrettanto ovviamente i semi di futuri attriti e incomprensioni tra i vari team members sono già stati in parte gettati, lasciati all’intuizione del lettore attraverso opportune linee di dialogo.
La canonica struttura esapartita è stavolta l’occasione per ospitare altrettante star del fumetto internazionale: Frank Quitely, Olivier Coipel, Karl Kerschl, cui si accompagnano Travis Charest (al ritorno sulle pagine di un fumetto supereroistico dopo circa un trentennio), ma soprattutto ben due nomi nostrani, al secolo Matteo Buffagni e Matteo Scalera – quest’ultimo già sodale di Millar dai tempi di King of Spies. Sei ambasciatori – è il caso di dirlo! – di primissimo ordine della cosiddetta nona arte, le cui peculiarità rendono il risultato finale variegato eppure coeso, fornendo così un ulteriore livello di lettura al concetto di “super team” messo in piedi da Millar.
Un occhio critico accoglierebbe Ambassadors come il classico “more of the same” ma, come spesso accade quando si parla di storie partorite dall’autore di Kick-Ass, è l’idea alla base ad avere quel quid di stravaganza (inteso in senso positivo) che le fa fare capolino dal cesto delle contaminationes – basti solo pensare ad American Jesus. Come poi detto, la capacità affabulatoria fa il resto; in aggiunta, lavorare per un colosso dello streaming ha se possibile ulteriormente affinato la sua narrazione per immagini, che sempre di più si propone come pensata direttamente per una trasposizione su schermo. Tutto questo ovviamente si rende vieppiù palese quando le immagini della narrazione vengono affidati a maestri del settore – e la posizione attuale di Millar gli permette di non lesinare su questo punto.
Rimane quindi una sincera curiosità nel cercare di capire come i vari “Nome in codice + Nome nazione” sapranno rappresentare le turbolenze geopolitiche che, soprattutto di questi tempi, forniscono spunti di riflessione alquanto “interessanti” (per dirla come il famoso proverbio cinese).












