Prosegue il nostro percorso attraverso le annate Bonelli con il 2017 di Dampyr.
Attenzione: benché misurati, i commenti che seguono contengono, inevitabilmente, alcuni importanti spoiler.
Dopo la lunga e complessa saga dello scorso anno, che si conclude a gennaio con il n.202, questa nuova annata si assesta su situazioni decisamente più convenzionali. Mauro Boselli si defila, firmando solo tre storie tra le quali il cross over con Dylan Dog. Il resto dell’anno è affidato alle sapienti mani di Giorgio Giusfredi, Claudio Falco, Giovanni Eccher e Nicola Venanzetti, che con ottima professionalità raccontano Harlan & Co. non mancando di lasciare tracce importanti per la continuity.
Buon viaggio.
Dampyr n.202 “Nel mondo dei maestri”
di Mauro Boselli, Alessandro Bocci
Gennaio 2017
Mauro Boselli chiude il lungo e complesso arco narrativo iniziato lo scorso anno con le gesta di Taliesin sul n.196 Le prede di Annwn e proseguito fra Tylwyth Teg, lo scontro con Erlik Khan e la resa dei conti con Black Annis, fino ai mondi paralleli e all’incursione di Sho-Huan e Lord Marsden nel mondo dove Draka ha iniziato il suo progetto di ricostruzione della stirpe dei Maestri della Notte e dove vivono la compagna e il loro figlio. L’albo mette finalmente a fuoco le conseguenze di mesi di conflitti, alleanze traballanti e rivalità millenarie, e lo fa con un buon equilibrio narrativo e con un climax efficace.
Il lungo confronto con la specie autoctona del mondo è forse troppo estesa ma utile a preparare il fulcro della vicenda con la parabola finale di Erlik Khan – che esce di scena in modo coerente, con un ultimo atto di lealtà verso Draka che ribadisce quanto il personaggio sia sempre stato ottimamente caratterizzato – e lo scontro con Lord Marsden che, al contrario, ancora una volta non è definitivo. Il suo odio millenario continua a essere accennato più che indagato, e la sua funzione narrativa rimane ancora incompleta.
Alessandro Bocci firma tavole di una potenza straordinaria: dinamiche, ricche, sempre leggibili, in uno dei suoi lavori migliori sulla serie.
Dampyr n.203 “La sorgente di vita”
di Nicola Venanzetti, Arturo Lozzi
Febbraio 2017
Nicola Venanzetti riprende uno dei capitoli più cupi del Novecento – il Progetto Lebensborn – e lo innesta con naturalezza nel tessuto mitologico di Dampyr, riportando i nostri eroi da Gudrun Finngadottir dopo la doppia apparsa nei numeri 33 e 34.
L’idea di far incarnare nelle vittime del programma nazista quattro divinità del pantheon nordico è suggestiva e funziona da motore per una vicenda che si muove con buon ritmo tra inseguimenti, spostamenti continui e un antagonismo dai contorni volutamente nebulosi.
Eppure, nonostante le premesse, la storia lascia l’impressione di un’occasione non del tutto sviluppata non riuscendo ad imporsi con tutta l’emotività ricercata. Ottimo invece il lavoro di Arturo Lozzi che gestisce ottimamente volti, dettagli e scene più dinamiche riuscendo a dare forza anche ai passaggi meno incisivi della sceneggiatura.
Nel complesso un episodio sufficiente, ben scritto e ben disegnato, che intrattiene senza ambire troppo e che vive soprattutto della forza visiva e dell’atmosfera.
Dampyr n.204 “Bloodywood”
di Giorgio Giusfredi, Michele Cropera
Marzo 2017
Esordio sulla serie regolare per Giorgio Giusfredi che riporta Dampyr a Hollywood rievocando Alexis Musuraka (apparso nel n.18, Lo schermo demoniaco). Tra snuff-movies, pellicole maledette, registi ambiziosi e i Non-morti del Maestro cineasta, controfigure di attori leggendari, si dipana un’avventura disturbante che gioca con intelligenza sul confine fra cinefilia, citazione e orrore. Un’atmosfera densa e continuamente in tensione che avvolge Harlan, Tesla e Kurjak mentre attorno a loro si stringe una rete di personaggi minori ben delineati — Gabbo su tutti — che aggiungono pathos e fascino al racconto
Il nuovo Maestro della Notte rimane volutamente nell’ombra per una minaccia più grande e ancora indefinita. Michele Cropera valorizza il tutto con tavole eleganti, dinamiche, perfette nel restituire la doppia natura hollywoodiana, perfettamente sospesa tra magia e orrore. Le sue architetture, i volti, gli scorci degli studios amplificano l’effetto straniante e donano al racconto una qualità visiva netta e riconoscibile.
Dampyr n.205 “La settima chiave”
di Claudio Falco, Alessio Fortunato
Aprile 2017
La ricerca della Clavis Pristina diventa il pretesto per riaprire il discorso sulle Sette Chiavi dell’Inferno e permette a Claudio Falco di riportare in scena Vassago e, soprattutto, il Conte di Saint-Germain. La struttura alterna continuamente piani temporali e narrativi, chiamando in causa figure come Mozart e Casanova senza mai ridurle a semplici comparse decorative. Anzi, le sequenze ambientate nel passato sono tra le più riuscite dell’albo, suggestive e dense, capaci di restituire un senso di fatalismo e di inquietudine che culmina nel passaggio finale nel ghetto di Praga.
Falco costruisce una storia complessa, forse un po’ affollata di rimandi, ma che nel complesso regge fino in fondo. Purtroppo Vassago rimane un antagonista fin troppo schematico, ormai imprigionato in un ruolo prevedibile e il meccanismo che lo lega ad Harlan e Saint-Germain segue, anche in questa occasione, il classico canovaccio risolvendosi in maniera prevedibile. Alessio Fortunato accompagna il tutto con tavole eleganti e d’atmosfera, eccellendo tanto nella realizzazione degli scenari quanto nei primi piani dei personaggi.
Dampyr n.206 “Il dio del massacro”
di Giorgio Giusfredi, Daniele Statella, Patrick Piazzalunga
Maggio 2017
Giorgio Giusfredi affronta il passato di Harlan Draka raccontandoci del suo periodo a Brighton negli anni degli scontri tra Mods e Rockers. Il prologo sulla spiaggia è la parte più intensa dell’albo, tra ricostruzione storica e Harlan che, durante l’incontro con il Non-Morto Clashgod, incassa e restituisce colpi senza alcuna aura eroica.
Il presente, con il ritorno di Ringo Ravtech, si infila in scia con spunti solidi e attuali per una vicenda che acquisisce anche un buon spessore politico, in particolare la Guerra del Donbass. Affascina particolarmente la gestione di Harlan, come anticipato privo del classico stile eroico. Una soluzione coerente e intelligente, impreziosita da un finale ben calibrato. Rimane invece più sfumata la figura di Wendy, ex compagna di Harlan, affascinante ma mai davvero approfondita.
Daniele Statella e Patrick Piazzalunga reggono i continui cambi di scenario e l’affollamento di personaggi, offrendo un comparto grafico energico anche se non sempre leggibile.
Dampyr n.207 “Il tempio nella giungla”
Dampyr n.208 “Cambogia”
di Giovanni Eccher, Luca Raimondo
Giugno – Luglio 2017
Giovanni Eccher riporta Harlan in Indocina dopo il n.190 L’ombra di Tziao-Min. L’azione è immediata e immersa, fin dalle prime pagine, nella ferita ancora aperta della Cambogia dei Khmer rossi. Due bambini costretti a uccidere, separati da un comandante misterioso, diventano l’asse emotivo di una storia che lavora sul trauma prima ancora che sui vampiri.
Ottimo il ritmo della prima parte che sfrutta bene le tematiche storiche, le vicende personali e l’ambientazione. La giungla, il degrado delle città, i templi di Angkor non sono sfondo, ma meccanismo narrativo con i loro cunicoli, le rovine e i campi minati. Eccher dimostra di saper coniugare con mestiere la formula classica della “caccia al Maestro” fondendola con la storia dei luoghi e arricchendola con comprimari ben ideati e ottimamente sviluppati.
Il Maestro della Notte Garuda, pur non essendo memorabile, funziona come antagonista perché perfettamente inserito nel contesto storico che sorregge l’avventura.
La prevedibilità di alcuni snodi non inficia l’efficacia complessiva della narrazione, anche perché Eccher sceglie di colpire altrove, ponendo l’accento sul destino dei personaggi, sulla chiusura amara, sul sacrificio che ribadisce quanto l’umanità, in certi contesti, sia più mostruosa di qualsiasi vampiro.
Luca Raimondo accompagna il tutto con un tratto pulito e leggibile, efficace nelle scene d’azione e convincente negli spazi aperti, anche se qualche dettaglio di continuità visiva sfugge nel finale. Nel complesso, una doppia ben scritta e tematicamente densa, che guarda al miglior Dampyr delle origini senza nostalgia sterile.
Dylan Dog n.371 “Arriva il Dampyr”
di Roberto Recchioni, Giulio Antonio Gualtieri, Daniele Bigliardo
Luglio 2017
Dampyr n.209 “L’Indagatore dell’Incubo”
di Mauro Boselli, Bruno Brindisi
Agosto 2017
Il crossover tra Dylan Dog e Harlan Draka prova a fondere due sensibilità narrative diverse, chiamate a dialogare senza annullarsi. Il risultato è interessante, a tratti riuscito, a tratti inevitabilmente disomogeneo.
La prima parte, sulle pagine di Dylan Dog, procede con il ritmo serrato e l’impostazione spettacolare tipici di Roberto Recchioni. Londra è subito immersa in un clima d’emergenza, tra non-morti vichinghi, draghi e un Maestro della Notte — Lodbrok — che incarna una minaccia concreta e riconoscibile. Il tutto, piacevole da leggere, funziona sul piano dell’azione e dell’intrattenimento, anche grazie a un Groucho in gran forma, ma lascia qualche perplessità nella resa dei personaggi dampyriani, irrigiditi in pose più muscolari e schematiche del solito, con dialoghi spesso ridotti all’osso e privi di quelle ambiguità che la serie di Boselli ha costruito negli anni. Daniele Bigliardo accompagna bene l’impianto action, con tavole solide e leggibili, capaci di sostenere il ritmo imposto dalla sceneggiatura.
Il secondo capitolo, su Dampyr, cambia passo. Mauro Boselli rallenta, approfondisce, riorganizza. Lodbrok acquista spessore e strategia, diventando un antagonista più coerente con la mitologia dei Maestri della Notte. La narrazione si fa più verbosa, forse troppo, ma restituisce una maggiore solidità all’impianto complessivo, soprattutto per i lettori storici della testata. Dylan viene gestito con rispetto, anche se talvolta ridotto a un catalogo di topoi riconoscibili, mentre il conflitto più ampio — quello che coinvolge Lord Marsden e Sho-Huan — trova una collocazione sensata all’interno della continuity dampyriana. Sparisce invece il filone legato a John Ghost. Spicca il lavoro di Bruno Brindisi nella sua prima e unica prova su Dampyr: elegante, preciso, autorevole, capace di dare a Dampyr una veste visiva di altissimo livello, senza mai tradirne l’identità.
Viste nel loro insieme, le due parti non danno mai l’impressione di un unicum, quanto piuttosto di due racconti contigui che si parlano mantenendo identità forti e talvolta divergenti. È un’operazione chiaramente sperimentale – ma anche commerciale – non priva di coraggio. Il lettore occasionale si porta a casa un’avventura spettacolare; chi segue una sola delle due serie trova motivi di interesse e qualche attrito; il lettore storico di entrambe le testate, forse il più esigente, coglie pregi e limiti dell’operazione.
Dampyr n.210 “Il figlio di Erlik Khan”
di Giorgio Giusfredi, Andrea Del Campo
Settembre 2017
Giorgio Giusfredi costruisce una storia densa di idee – forse troppe per lo spazio a disposizione – che alterna con decisione presente e flashback per costruire una storia che affonda a piene mani nella storia dampyriana regalando ottimi spunti, purtroppo non sempre perfettamente narrati.
Il viaggio in Turkmenistan ha un buon avvio: l’atmosfera è cupa, il senso di marcia verso “le sorgenti del Male” funziona e i richiami alla storia di Erlik Khan sono efficaci. Anche la figura di Kerey Khan risulta interessante per il suo essere disturbante, folle e con una decisa e affascinante caratterizzazione visiva. È però proprio qui che l’albo mostra i primi limiti. Il rapporto padre-figlio resta abbozzato; la parabola di Kerey è rapida, quasi frettolosa, e la sua fine arriva prima che il personaggio possa davvero sedimentare.
Inoltre, l’incipit, con il trauma di Ann Jurging e la paura dei propri poteri, promette un approfondimento che però si dissolve quasi subito, per riemergere solo nel terzo atto come semplice ingranaggio del piano di Kerey.
Meglio riuscito il personaggio di Narcissus, forse il più interessante dell’albo: la sua rivelazione aggiunge una sfumatura inedita al legame tra Draka ed Erlik, ma viene sacrificata troppo in fretta, schiacciata da una sequenza finale affollata di colpi di scena e dall’arrivo risolutivo di Draka, che finisce per sottrarre spazio ai protagonisti.
Andrea Del Campo offre un’ottima prova. Le tavole dedicate al “mattatoio” di Erlik e alle sculture di carne di Kerey sono potenti, disturbanti, memorabili, le splash pages potenti e la cura dei dettagli accurata e puntuale.
Dampyr n.211 “Horror movie”
di Mauro Boselli, Silvia Califano
Ottobre 2017
Con questo episodio Mauro Boselli si concede un divertissement dichiarato, un omaggio diretto e consapevole al cinema horror più classico, con tutti i cliché e gli automatismi che hanno caratterizzato il genere. Tocca a Emil Kurjak affrontarli ritrovandosi isolato nel labirinto dell’infestato Wonderland Hotel.
La struttura è volutamente elementare: serial killer mascherati, spettri, zombie, corridoi bui, camere proibite. Nulla cerca di sorprendere davvero sul piano narrativo e, probabilmente, la storia funziona perché accetta fino in fondo la propria natura derivativa e gioca tutto sull’atmosfera e sul ritmo più che sull’intreccio. In questo senso il racconto scorre con piacere, grazie a una coerenza interna molto solida.
Il vero cuore dell’albo è Kurjak: non solo perché regge la scena in solitaria con naturalezza, ma perché torna finalmente centrale la Pallida Maschera e i suoi effetti. I poteri residui, la resistenza al controllo mentale e la capacità di ingannare il Maestro della Notte Graf Von Henzig aggiungono un livello interessante al personaggio, aprendo sviluppi che vanno ben oltre questo episodio.
Il nuovo Maestro della Notte, Von Henzig, si palesa dopo il n.204 Bloodywood ma resta sullo sfondo. Il suo piano è discutibile e fin troppo macchinoso, ma ha il merito — raro di questi tempi — di non esaurirsi in un’unica apparizione.
I disegni di Silvia Califano accompagnano bene l’impianto horror con ambienti chiusi, ombre, volti deformati dalla paura. Nulla di virtuosistico, ma un segno funzionale e coerente con il tono scelto.
Dampyr n.212 “El día de los muertos”
di Claudio Falco, Fabiano Ambu
Novembre 2017
Claudio Falco porta Dampyr nel cuore del Día de los Muertos sfruttandone l’immaginario festoso e macabro per far cadere Harlan Draka al centro di una trappola orchestrata da Abigor, nuovo e ambizioso facente funzioni dello spionaggio infernale, deciso a riuscire dove Nergal ha sempre fallito.
Il pretesto narrativo sono ancora una volta i non-morti superstiti di Ixtlan, già incontrati in più occasioni nel corso della serie. Una soluzione ormai un po’ abusata ma che Falco riesce comunque a rendere funzionale grazie a una struttura compatta e a uno stratagemma infernale tutto sommato ben congegnato: i non-morti, infatti, non sono che pedine sacrificabili, esche destinate a spingere Harlan dove Abigor vuole davvero colpire.
L’illusione costruita attorno al retaggio di Ixtlan finisce per risvegliare aspetti profondi del potere di Harlan, trasformando l’arma pensata contro di lui in un boomerang infernale. È una soluzione forse prevedibile, ma coerente con la mitologia della serie e gestita con un buon senso del ritmo.
Sul piano visivo Fabiano Ambu firma una prova di grande impatto. Le atmosfere sono dense, fisiche, contrastate e il mondo infernale – evocato nella parte finale – funziona alla perfezione. Lo scontro con la creatura serpentina è uno dei momenti più riusciti dell’albo, potente e spettacolare. Qualche incertezza nella caratterizzazione dei volti che talvolta portano a confondere Bobby Quintana e il collega Ruiz, ma nulla che intacchi il risultato complessivo.
Dampyr n.213 “Capodanno celtico”
di Nicola Venanzetti, Nicola Genzianella
Dicembre 2017
Nicola Venanzetti costruisce un racconto che affonda con decisione nel folklore bretone, scegliendo Samhain e il capodanno celtico come cornice simbolica per una storia sospesa tra vita, morte e compromessi impossibili. Al centro c’è Araxe de Kercadio e con lei Armand Kergaz. L’idea di mettere in scena l’Ankou, incarnazione della Morte, funziona come presenza ineluttabile, insinuante, che si muove tra le pieghe del dolore umano.
La struttura a incastri temporali è ambiziosa e nel complesso regge, anche se il ritmo non sempre trova un equilibrio perfetto. Alcuni passaggi risultano più dilatati del necessario, altri scorrono via con maggiore efficacia, ma l’insieme resta fluido e leggibile. Venanzetti dimostra ancora una volta una buona sensibilità nel maneggiare materiali mitologici, evitando l’infodump e lasciando che il folklore emerga anche attraverso situazioni e personaggi e non solo tramite spiegazioni dirette.
Sul finale torna ancora vivo l’interesse su Kurjak: i piccoli segnali legati alla sua condizione sono forse l’aspetto più stimolante dell’albo sul piano della continuity.
Sul versante grafico, Nicola Genzianella firma una prova di grande livello. Le atmosfere della brughiera, i fuochi rituali, le nebbie e i volti segnati dalla malattia o dall’eternità sono restituiti con una potenza visiva notevole. Il suo tratto valorizza il tono malinconico e crepuscolare della storia, elevandone l’impatto complessivo.
