Il sogno della Cicala

Un viaggio di formazione sospeso tra realtà e metamorfosi nel racconto di Dario Sostegni e Raffaele Sorrentino

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Dario Sostegni e Raffaele Sorrentino scelgono di affrontare l’adolescenza giocando con le forme e le incertezze. Per farlo realizzano un viaggio – reale, fisico ed emotivo – in cui l’identità è una massa informe che pulsa, si sfalda, si ricompone e si perde. Un racconto che reinterpreta, espande e amplifica il new weird di Jeff VanderMeer, rievocandone luoghi, atmosfere e dettami per esplorare le distanze, le insicurezze, le trasformazioni e le necessità adolescenziali.

Il motore emotivo del racconto è Villa, una ragazzina che non può smettere di pensare a suo fratello Devid, scomparso da mesi. Nel silenzio di un paese sulla costa, dove il tempo sembra sospeso e i palazzi sembrano abbandonati, quasi monumenti nostalgici ad una infanzia che non c’è più, trova rifugio in Julia e Mirko, i suoi unici amici. Il loro vagare fra strade deserte, spiagge abbandonate e case che trattengono più ombre che memorie assume la consistenza di una lunga attesa, l’attesa di un segnale, di un dolore che ritorna, di un cambiamento che non si può evitare.

Finché un tuffo nel mare diventa la porta verso un altrove.

La tranquillità dei luoghi familiari diventa un viaggio surreale in posti estranei da esplorare e decifrare con l’aiuto di un enigmatico bambino. Un mondo organico in continua trasformazione diventa scenario di un’avventura sul limitare del fantastico, in cui l’adolescenza si confronta con l’assenza e crescere significa imparare a perdersi, per scoprirsi, mutare, riconoscersi e accettarsi.

Il tratto cianotipico di Sostegni amplifica questa sensazione di spaesamento. Le sue tavole rievocano il lavoro di LRNZ per le copertine Einaudi di VanderMeer, con linee che contorcono, masticano e aprono alle infinite espressioni metamorfiche la dimensione del racconto, facendo dell’ambiente non un semplice sfondo, bensì un organismo che respira, reagisce, suggerisce. 

E proprio questa scelta visiva consolida le contaminazioni più evidenti: non solo VanderMeer, ma anche Stephen King e Haruki Murakami, chiamati in causa non per imitazione, bensì per affinità di sensibilità. Il risultato è una storia lineare, godibile, leggibile e comprensibile pur se fortemente stratificata nella sua necessità di evolversi in metafora.

Metafora di cambiamento, di crescita, di ricerca di sé stessi. Della necessità viscerale di un’età difficile e di transizione come quella adolescenziale, che è crisalide e come tale proteiforme di quello che non abbiamo idea di diventare, di quello che abbiamo paura di diventare, ma anche di ciò che amiamo e che abbiamo paura di perdere. Qui la narrazione emozionale si fa paradossalmente doppia: al tempo stesso criptica e diretta, immaginifica e concreta.

Il lavoro in sceneggiatura è abile, non si lascia andare a sofismi, e conserva – nonostante la dimensione sospesa dell’intera seconda parte – una sorprendente concretezza ed efficacia.

Il paesino di villeggiatura desolato, con le sue colonne sbrecciate e i cortili avvolti dalla natura, diventa il teatro abbandonato ai giochi e al viaggio dei tre giovani personaggi. Un luogo decadente, rudere di un’era e metafora di un ricordo. 

Tutto è costruito con minuziosa nostalgia, come se il racconto fosse il ricordo di un’estate, a voler parafrasare un altro riferimento forte che attraversa in filigrana l’opera.

Ciò che ne emerge è un connubio esemplare fra scrittura, disegni, ambiente, personaggi, metafora e identità. Un’opera complessa e stratificata, ma essenziale nella resa ed efficace nella fruizione: una di quelle rare storie che, pur non rivoluzionando il genere, parlano dell’adolescenza senza volerla spiegare, ma lasciandola invece trasformare tutto ciò che tocca.

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