Barrier

Un esperimento narrativo di Brian K. Vaughan, Marcus Martin e Muntsa Vicente sul linguaggio, la paura e l’alterità

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Brian K. Vaughan costruisce un racconto che usa la fantascienza come lente per osservare la difficoltà di comprendersi e raccontare come l’uomo eriga muri contro ciò che non riesce a definire. Barrier è un’opera che parla di distanza e di paura, ma anche della possibilità — fragile e preziosa — di superarle.

Come spesso accade nei lavori di Vaughan, gli archetipi servono a smascherare le certezze. Qui due vite lontane — Liddy, una donna del Texas ostinata a non perdere la sua terra, e Oscar, un giovane honduregno in fuga — si muovono su piani narrativi paralleli, separati da lingua, cultura e condizione sociale. Le loro storie scorrono accostate, pagina dopo pagina, finché la struttura stessa del racconto non le costringe a convergere, visivamente e tematicamente, in un punto di collisione che dissolve le barriere iniziali. È un gioco di costruzione e fusione orchestrato con precisione da Vaughan e Martín: prima dividono, poi uniscono, e nel farlo mostrano che ogni confine, per esistere, abbia bisogno di due lati.

Il contesto politico è evidente: Barrier nasce durante il dibattito sui muri al confine tra Stati Uniti e Messico, ma rifiuta la didascalia per muoversi sul piano dell’allegoria. Il muro diventa un simbolo universale di separazione, e la fantascienza — con l’irruzione improvvisa dell’elemento alieno — amplia la scala del discorso. Il diverso non è più soltanto l’altro uomo, ma l’altro assoluto, l’incomprensibile. In questo passaggio, il fumetto diventa dichiarazione politica e, insieme, racconto di umanità.

Fondamentale è la scelta linguistica: Vaughan e Martín decidono di lasciare i dialoghi in spagnolo privi di traduzione, una soluzione che richiama la prosa asciutta e priva di mediazioni di Cormac McCarthy. Ma qui la barriera linguistica non è un ostacolo, bensì parte dell’esperienza stessa della lettura. L’inglese (da noi tradotto in italiano) resta accessibile, lo spagnolo no, e il lettore deve attraversare questa distanza, imparare a intuire e decifrare, proprio come fanno Liddy e Oscar. È una “lettura attiva” che replica sulla pagina il conflitto e la possibile comprensione tra i personaggi.

Come in Y. L’ultimo uomo o in Saga, Vaughan sceglie il viaggio, ancora una volta, come motore della storia: è il suo modo di parlare di cambiamento, di spingere i personaggi fuori dalla loro zona di comfort. L’incontro con l’ignoto diventa qui letterale e visionario: un rapimento alieno trascina i protagonisti in un viaggio allucinato, psichedelico. Il fantastico serve qui a spingere il lettore oltre le proprie abitudini percettive. È un espediente narrativo che spoglia i personaggi dei loro ruoli sociali e li mette a nudo come individui, rendendo evidente ciò che li unisce più di ciò che li divide. Forse a tratti il simbolismo è fin troppo esplicito, ma la forza con cui arriva resta intatta.

Marcos Martín e Muntsa Vicente costruiscono un impianto visivo che amplifica questa tensione. Il formato orizzontale, pensato per la pubblicazione digitale su Panel Syndicate, restituisce un respiro cinematografico: la tavola si apre come un orizzonte da attraversare. Martín alterna sequenze rigorose a esplosioni visionarie, mentre Vicente usa colori che quasi ti stordiscono: il verde e il viola sembrano pulsare sulla pagina, come se l’aria stessa cambiasse struttura e densità.

Barrier è un’opera che non si lascia leggere distrattamente. Ti costringe a starci dentro, a fare fatica; ma è una fatica che ripaga, perché è politica senza essere predica. Complessa ma leggibile, usa la fantascienza non per evadere ma per rendere visibile ciò che spesso preferiamo ignorare. Vaughan, Martín e Vicente ci spingono a oltrepassare il confine, non per vedere cosa c’è dall’altra parte, ma per capire chi siamo davvero, una volta varcata la soglia.

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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