“La terra senza male” di Sibran & Lepage

Il Best of di uBC Monitor (1999-2001)

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Nel primo articolo di questa sottorubrica, in cui abbiamo iniziato a recuperare i fumetti (meritevoli almeno di 6/7 come valutazione) apparsi nella sezione uBC Monitor tra il 1999 e il 2001, mi ero dimenticato di segnalare che questi amarcord saranno riservati a storie o raccolte “autonome” e quindi non recupereremo le mini-recensioni dedicate a episodi di fumetti apparsi su riviste oppure, per fare un altro esempio, la terza puntata di 5 è il numero perfetto di Igort.

“La terra senza male” di Anne Sibran & Emmanuel Lepage
by Marco Migliori

Cos’è un capolavoro? Un fumetto in cui una buona idea (e magari qualcosa di più) viene sviluppata dagli autori in maniera tale da far immergere il lettore nel racconto. Coinvolgerlo nella trama per dare sensazioni (riso, commozione…) intense. Beh, questo volume ci va dannatamente vicino.

Siamo nel 1939, quando un’etnologa francese raggiunge per la terza volta una tribù Mbyas – indios del Paraguay – in cui è difficile crescere per i bambini e restare vivi per i grandi. Immersa in un clima di crescente apatia, la tribù si risveglia all’arrivo del Karai (l’uomo-dio). Mentre nel mondo scoppia la Seconda Guerra Mondiale, Eliana Goldschmidt insegue la tribù in un pellegrinaggio senza meta. Alla ricerca di una terra senza male dove “le frecce vanno da sole a caccia… campi di mais e tanti animali…” Un Eden che ottiene subito uno scopo: svegliare dall’apatia un popolo, che comunque non avrebbe futuro davanti a sé. E non importa tanto raggiungere l’Eden, quanto cercarlo.

Un lavoro accurato, dalla scelta dei colori alle riflessive didascalie, dai fogli quadrettati ai disegni dallo stile pittorico. È tutto carico di significati, dall’uomo che guida i Mbyas (un meticcio), al motivo che spinge Eliana a seguire fino in fondo la tribù. Non c’è nemmeno la classica lotta contro la malvagità dell’uomo bianco, nessun buonismo da strapazzo: Eliana sa in che epoca vive, non le va bene ma non ha false speranze da dare.
Non si tratta di un soggetto particolarmente originale o entusiasmante: è il ritmo del racconto che incamera il lettore nella tela che avvolge Eliana/Napagnuma, dalla trasformazione da donna bianca a pieno membro della tribù, fino all’inevitabile finale. Beh, ripensandoci, è un capolavoro.

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