L’esordio autoprodotto di Jeff Lemire, ripubblicato e diffusosi dopo la sua consacrazione, è un breve, intenso e ruvido assaggio della sua poetica, delle sue tematiche e della sua estrema capacità di sintesi, sia grafica che narrativa.
Cani smarriti è il racconto di un padre di famiglia che, pur dotato di una forza immensa, perde tutto ciò che ha al mondo. Come descritto nella prefazione di Timothy Collahn, il tratto di Lemire – sporco, eccessivamente marcato – a una prima occhiata può quasi allontanare dall’opera, nonostante l’eccellente sintesi nera, bianca e rossa della copertina, con quel corpo che cade.
Poi, però, con la sua violenza diretta e immediata e con quella estrema capacità di sintesi visiva, finisce per catturare. Un tratto che aderisce alla frattura del protagonista e che si fonde con la storia.
La narrazione è essenziale e vive di immagini dure, in perfetta sintonia con il tono del racconto, caratterizzato da una purezza emotiva senza appelli.
Il tempo è compresso, fatto di passaggi rapidi, bruschi e contribuisce a costruire una realtà instabile, filtrata, in cui percezione e mondo si confondono. Il silenzio e la rarefazione dei dialoghi e i primi piani, rafforzano questa dimensione che dà forza e corpo al dolore e all’emozione.
Un breve racconto viscerale, crudo, che spiazza per la violenza e la disperazione che mette in scena, per la durezza della vita e della condizione umana che restituisce ma che, in due tavole essenziali, riesce anche a raccogliere la fragile dolcezza di un uomo.
L’edizione Panini Comics, oltre alla prefazione di Timothy Collahn già citata, presenta anche una breve premessa dello stesso Lemire, che racconta la genesi e la pubblicazione dell’opera.
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