C’è tanto nel tratto di Lee Bermejo. C’è la lezione di Frank Frazetta per l’uso drammatico della luce, c’è Norman Rockwell per la ricerca di dettagli visivi ricchi e realistici, c’è Alex Ross per il suo approccio realistico al supereroismo… ma in quest’opera, A Vicious Circle, Bermejo va ben oltre. Va oltre la ricerca di realismo, ad esempio di Travis Charest, Juan Giménez e Adi Granov, va oltre per creare un’opera fuori scala.
Le prime tavole di A Vicious Circle spiazzano per profondità, iperrealismo e resa grafica, come poche altre opere sono state capaci di fare.
L’impatto è tanto forte da amplificare e far esplodere la sceneggiatura di Mattson Tomlin.
Il tutto è anche, sicuramente, amplificato dal formato: un 24×31 cm che quelli di Boom! Studio prima e Panini poi hanno scelto di regalargli. Ma, in tutti i casi, il lavoro maniacale di Bermejo è un qualcosa che, a prescindere dai gusti, non può lasciare indifferenti.
L’autore l’ha definito, non a caso, uno dei progetti più ambiziosi e stimolanti della sua carriera. Leggendo l’opera, in effetti, è chiaro e lampante quanto l’artista si sia dedicato, con cura e passione, alla realizzazione del suo opus magnum.
Ed è lampante quanto il vero punto di forza di A Vicious Circle sia l’arte di Bermejo.
La storia ci presenta Shawn Thacker – un assassino proveniente dal futuro – che si trova coinvolto in una battaglia senza fine contro Ferris, un altro soldato afflitto dalla stessa maledizione: ogni volta che uccidono, entrambi vengono catapultati in epoche storiche diverse. Il pretesto è il trigger che permette a Bermejo, dopo un incipit alquanto destabilizzante e invasivo per resa visiva e intesità realistica, di continuare ad evolversi adattando il suo stile a ogni epoca attraversata dai protagonisti, alternando fotorealismo, stili ispirati ai grandi maestri della pittura e omaggi ai fumetti classici. Questo approccio non solo esalta le transizioni temporali, ma crea anche una narrazione visiva unica ed efficace che dona corpo e sostanza all’essenziale plot di Mattson Tomlin.
Ne viene fuori un lavoro pittorico in cui ogni epoca possiede una propria identità stilistica, in un continuo gioco di scoperta. Sarebbe riduttivo relegare il lavoro dell’artista ad esercizio di stile, perché Bermejo sperimenta tecniche diverse per evocare atmosfere uniche e regala al lettore un’esperienza totalizzante riuscendo a superare e fagocitare la semplicità del racconto.
Se infatti il lavoro di Bermejo è ineccepibile, la trama alla base del racconto risulta alquanto semplice e lineare pur nella sua contorta narrazione temporale. Il tema centrale è una riflessione abbastanza semplice sul libero arbitrio e sulla natura della violenza, amplificata dalla dinamica temporale e dalle implicazioni morali dello scontro dei due personaggi che, comunque, raramente riescono a mostrare uno spessore tale da divenire appassionanti o emotivamente coinvolgenti – e questo nonostante le brusche e furbe tematiche sentimentali messe in scena.
Di conseguenza, la trama rimane a volte troppo dispersiva e poco coinvolgente, e il ritmo frammentato della narrazione non permette una reale crescita del pathos. Rimane così un’opera che fonda il suo focus più sull’estetica che sulla profondità narrativa.
Un’opera visivamente godibilissima ma che non riesce ad imprimere – con la forza che vorrebbe – concetti come la vendetta, il destino, il continuo gioco tra il bene e il male e l’ineluttabilità della violenza.
Il racconto resta soverchiato dalla furia artistica di Bermejo, che compone un’opera solo apparentemente al servizio della sceneggiatura. Al contrario, purtroppo, il suo lavoro finisce per assorbirla e schiacciarla. Non c’è equilibrio in quest’opera. Troppo abbondanti e fuori scala di disegni di Bermejo, troppo semplice la costruzione narrativa messa in piedi da Tomlin. Una giusta misura, forse, e un uso più ponderato dei cliché narrativi o un minore sacrificio della coerenza emotiva in favore dell’impatto estetico l’avrebbero reso un capolavoro. Così com’è, invece, è “solo” uno spettacolo.
