“La bella morte”
di Mathieu Bablet

Un debutto acerbo ma già potente

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Valutazione 7 su 10

La bella morte, opera giovanile di Mathieu Bablet, arriva in Italia dopo il successo di Shangri-La. L’opera possiede una forza visiva che sorprende e cattura per ambizione e ampiezza. Bablet infatti impreziosisce ogni singola tavola, ogni dettaglio, ogni inquadratura: tutto è studiato con cura, dai colori che costruiscono un’emotività immediata, agli ambienti decadenti che parlano prima ancora dei personaggi e convogliano l’emotività del lettore nella direzione auspicata dall’autore.

La storia segue Jeremiah, Wayne e Soham, tre sopravvissuti che si trascinano tra le rovine di una città divorata da un’invasione di insetti giganti. Un mondo privo, ormai, di umanità. Umanità forse estinta, forse nascosta. Ma, per quanto affascinante, il racconto sembra quasi un pretesto per esplorare il disegno, vivo nella sua desolazione, di Bablet.

È infatti talvolta difficile entrare in sintonia con i protagonisti che restano spesso rigidi, spigolosi, quasi posticci di fronte alla ricchezza degli ambienti, come se il mondo costruito da Bablet avesse un peso specifico superiore rispetto alle figure che lo abitano. I tre sopravvissuti finiscono così per sembrare secondari al paesaggio.

La narrazione evolve presto e comunque incuriosisce ma poi si complica e, alla fine, si apre a riflessioni più ampie di quanto la storia fosse pronta a sostenere, rivelando ed esplorando quegli aspetti narrativi che Bablet saprà poi far esplodere nel successivo Shangri-La ma che qui rimangono troppo criptici, perdendo di forza.

È ugualmente una struttura intelligente e ambiziosa, ma non sempre del tutto amalgamata. Come detto, l’istinto visivo è predominante con la scrittura che accompagna i disegni senza riuscire a raggiungerne la stessa potenza; inoltre, in particolare nella gestione dei personaggi, manca ancora un ritmo, un respiro emotivo in grado di stare al passo con la monumentalità dello scenario e, di conseguenza, trasportare emotivamente il lettore nelle sfumature filosofiche cercate dall’autore.

Si intravede già, però, la direzione che porterà a Shangri-La: l’urgenza di costruire mondi, la fiducia nel colore e negli spazi, lo sguardo attento alla nostra società e al futuro, pur mancando, per adesso, un buon bilanciamento fra parole e immagini.

VOTO
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[ubc_stars]

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

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