Copertina One Room Angel di Harada

“One Room Angel”
di Harada

Da un coinquilino con le ali è lecito aspettarsi che contribuisca all'affitto?

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La mangaka Harada ha esteso un suo racconto originale del 2013, intitolato Tomarigi, a quest’opera di maggior respiro pubblicata a puntate nel 2017. Una serie tv è stata poi realizzata nel 2023.
Al centro di tutto c’è Koki, un trentenne (molto) disilluso con alle spalle un passato da malavitoso di mezza tacca, da cui ha tentato con difficoltà di affrancarsi per poi trovarsi stritolato tra gli ingranaggi della tentacolare, efficiente società del lavoro nipponica.
Un impiego part-time in un konbini, una rissa con due teppistelli di quartiere che finiscono con l’accoltellarlo… e un essere alato che gli precipita davanti, mentre sta per perdere i sensi, tanto da rubricarlo come una visione da deliquio; quello stesso essere alato, dalle fattezze di un giovane androgino in età prepuberale, che Koki – dopo essere stato dimesso dall’ospedale – si ritroverà però ad aspettarlo a casa, senza alcuna memoria di chi sia, né del motivo per il quale si trovi/sia stato mandato lì.
Inizia così una ben strana convivenza, che innescherà un disordinato percorso di autocoscienza e redenzione – per Koki, ma non solo.
Contrariamente a quanto le premesse possano suggerire – almeno in un’ottica giudaico/cristiana, ma anche in parte islamica, dove cioè la figura angelica è associata a un dato simbolismo e soprattutto a un dato significato – l’opera in questione si inquadra nel cosiddetto filone BL, ossia Boy’s Love, genere omoerotico mezzo parente tra l’altro dei manga bishōnen, come Cortili del cuore.
Quello dell’angelo è pertanto “solo” un espediente come un altro per trattare determinate tematiche attraverso dinamiche per quanto possibile originali. Nel folklore orientale, infatti (e, nello specifico, giapponese), il soprannaturale fonda su una peculiare congerie di presupposti, e di miti e racconti che comprendono mostri, fantasmi, fate e affini di cui la letteratura del Sol Levante abbonda letteralmente da secoli. L’apertura al mondo occidentale – e quindi a tutta un’altra serie di pantheon e credenze – ha, come in questo caso, fornito materiale nuovo da applicare ad un immaginario narrativo preesistente e già ampiamente codificato.
Di nuovo, quindi, al di là delle premesse la grammatica e lo storytelling rimangono quella classici dei manga, con tutto il festival di espressioni stralunate, faccine deformed con le classiche goccioline di sudore a indicare l’arte del cringe, e bizzarri personaggi di contorno (vedasi ad esempio Arisa, l’improbabile madre di Koki) – logiche tra l’altro che qui in patria abbiamo imparato a (ri)conoscere a partire dalla prima ondata di anime mandati in onda dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso.
Oltre a questo – o meglio, sulla base di questo – l’interazione tra Koki e l’angelo attraversa, personalizzandole, le principali fasi della buddy comedy, entro la quale i due protagonisti imparano progressivamente a conoscersi e a diventare l’uno lo sprone per un percorso di miglioramento dell’altro. Nel caso dell’angelo, in particolare, questo coinciderà con il riacquistare coscienza di sé e tornare, finalmente, ai suoi natali lidi. Lo ripetiamo: gli aspetti religiosi in quanto tali sono volutamente messi da parte, o al limite accennati più per dare brio allo scambio di battute, che non per specifiche implicazioni – le quali in ogni caso non aiuterebbero paradossalmente il tono del racconto.
Il rapporto tra i due personaggi non manca infatti sin dall’inizio di accompagnarsi a blandi riferimenti sessuali – cui contribuisce ampiamente anche il taglio registico apportato dall’autrice, che spesse volte indugia in inquadrature che prediligono la zona del “basso ventre” – le quali chiaramente non intendono servirsi del “personaggio angelo” per inseguire un ritiro di purità, tutt’altro: l’impiego nella storia di un essere con le ali, dall’aspetto efebico, è solo un meccanismo come un altro per procedere nel solco BL di cui sopra.
Si tratta banalmente di una questione culturale, pertanto l’opera va necessariamente letta in quella (e solo quella) prospettiva. Harada non intende fare captatio benevolentiae nei confronti di un pubblico occidentale, usando una figura che abbia presa in quel contesto geopolitico – o meglio, georeligioso – ma solo dare sfogo ai suoi pruriti diegetici cercando il classico colpo ad effetto.
Lo stesso ritmo della narrazione, pur richiamando la buddy comedy di cui sopra, e nonostante un’abbastanza inevitabile macro-struttura in tre atti, pone nel mentre gli accenti ritmici sulla base di logiche proprie della narrazione orientale: tanto per fare alcuni esempi, Koki quando perde le staffe mostra una potenza (ed una violenza) quasi sovrumana, ma questo aspetto viene gestito come un elemento del tutto secondario e laterale; oppure la stessa Arisa, madre di Koki, rappresentata come una giovane donna “dai grandi argomenti” che appare in tutto e per tutto più giovane del figlio. E anche quando Koki si trasferisce da lei in campagna, nessun giudizio viene fatto dall’autrice nei confronti del comportamento disinibito della donna, magari usando come leva il fatto che tale comportamento possa diventare fonte di imbarazzo per il figlio. Infine, lo stesso angelo si comporta come un preadolescente qualsiasi – ovviamente all’interno delle logiche del genere in questione – ma la cosa non crea mai in Koki interrogativi filosofici, al di là appunto delle classiche goccioline di sudore e l’espressione deformed.
Sul versante grafico, l’autrice spinge ovviamente sull’impiego della classica iconografia angelica: il giovane alato viene infatti tratteggiato con pochissimi, delicatissimi tratti, in palese b/n contrapposto alle sfumature di china impiegate per tutto il resto, ma soprattutto viene rappresentato come la versione ultimate dei personaggi di Osamu Tezuka. In questo, la contrapposizione con Koki è massima, e le due tecniche grafiche sono costantemente a confronto per garantire anche da questa prospettiva la diversità tra i protagonisti – che è poi la classica scintilla da cui far esplodere il loro percorso di crescita.
Il racconto si conclude pertanto in maniera prevedibile, quando la tensione “omo” tra i due era diventata relativamente palese – e anche qui, l’apparente differenza di età non viene mai trattata come una cosa da gestire con pudore, vergogna, o chissà quale pregiudizio. Lo stesso in ogni caso accade in tutto il racconto, anche con altri personaggi.
Il capitolo bonus si propone come la classica scena post-credits dei blockbuster hollywoodiani, ma anche in questo caso l’apparente tono leggero (e leggermente dolceamaro) lascia trasparire in realtà una più sottile cattiveria di fondo.
Si tratta in definitiva di un prodotto che, ad un occhio occidentale, può apparire interessante a causa della “trovata” dell’autrice, ma che in realtà si presenta e si sviluppa sin da subito secondo altri binari, in maniera in ogni caso coerente con il genere cui dichiara di ascriversi. Ciò non toglie che Harada sappia toccare certe corde con opportuna delicatezza, e una volta eliminate alcune sovrastrutture, si assiste in ogni caso ad un percorso di ascensione – vera per alcuni, figurata per altri, ma alla fine sincera e – perché no? – innocente.

 

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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