Cover MN Ongaro parte 1

Il Mister No di Alberto Ongaro – Parte 1

Le storie di Mister No scritte dal romanziere e giornalista Alberto Ongaro

//
9 mins read

Un romanziere alla corte di Sergio Bonelli

Tra il 1986 e il 1995, il romanziere Alberto Ongaro (1925-2018) firmò nove episodi di Mister No. E fu con una certa soddisfazione che Sergio Bonelli (1932-2011), nell’aprile 1988, lo presentò ai lettori dedicandogli l’intera rubrica postale del n.155, rispondendo a chi aveva chiesto se si trattasse proprio del vincitore del Premio Campiello.

“Sì, Ongaro fumettista e Ongaro romanziere sono la stessa persona, lo dico con non celato orgoglio, perché non capita spesso, a un editore di fumetti popolari, di annoverare tra i suoi autori uno scrittore famoso e vincitore, tra l’altro, nel 1986, con ‘La partita’, di un meritatissimo Campiello.”

Sergio Bonelli sembrava effettivamente provare un certo timore reverenziale nel confronto dei romanzieri, anche perché cresciuto in una generazione in cui il fumetto, come medium narrativo e forma artistica, non aveva ancora ottenuto i riconoscimenti che gli hanno aperto le porte delle librerie. Nella rubrica di un altro albo (il n.166), confidava infatti che “pur avendo scritto migliaia di pagine di fumetti […] non avrei mai il coraggio di scrivere una sola pagina di un vero libro. Uno di quelli, cioè, che compaiono nelle vetrine delle librerie, magari accanto a volumi prestigiosi come l’ultimo Eco o l’ultimo Moravia, o, addirittura, […] nella casuale compagnia di immortali, come Kafka, Camus, Henry James!” E tuttavia, da grande viaggiatore (con mete predilette l’Amazzonia e il Sahara, come ogni appassionato di Mister No sa bene), Sergio Bonelli confessava di invidiare ad Ongaro (a cui lo legava un’amicizia che “risale ai tempi eroici”) non tanto i suoi romanzi, quanto la sua attività di giornalista come inviato speciale del settimanale d’attualità L’Europeo, per il quale preparava reportage avventurosi da ogni angolo del mondo.

Dal canto suo Ongaro, a cui Bonelli cedette la parola nel n.155 dopo averlo definito “da sempre appassionato fumettaro”, spiegava come le sue sceneggiature a fumetti fossero iniziate per gioco grazie ad una gloriosa rivista più volte menzionata dallo stesso editore, e come questo gli sia tornato utile per la sua attività professionale.

“Da quando ho avuto per la prima volta nelle mani ‘L’Avventuroso’, non ne sono più guarito. Ho cominciato a scrivere delle storie e a sceneggiarle per puro divertimento, senza sapere che stavo imparando un mestiere, acquisendo una tecnica che mi sarebbe stata utile anche più tardi nel mio lavoro giornalistico. Voglio dire che imparavo a visualizzare il materiale, a renderlo plastico, cinematografico. […] Ho usato per i libri la medesima tecnica, curando non solo la visualizzazione esterna, ma anche quella interna, cioè le emozioni, i sentimenti, le passioni.”

I canoni odierni di “dignità” riconosciuta al fumetto potrebbero forse fare storcere qualche naso per quello che Ongaro affermava in séguito. È tuttavia giusto ed importante contestualizzare il tutto con la sua esperienza specifica, oltre che ricordare il differente “imprinting” della sua generazione (era di qualche anno più grande dell’amico Sergio).

“Le sceneggiature che di tanto in tanto mi capita di scrivere sono per me occasione di divertimento, di riposo. Viaggiare e scrivere di viaggi è una gran fatica […] mille fastidi si accompagnano all’avventura e finiscono per guastarla. Scrivere libri è lavoro altrettanto duro, che costringe a scavare in profondità, toccare corde malate, scatenare angosce […] non posso viaggiare e scrivere libri di continuo senza soffrire nevrosi di ogni genere […] tra un viaggio e l’altro, tra un libro e l’altro, torno ai miei vecchi amori, creo sane storie d’avventura e personaggi che inserisco in una serie di pericoli mentre io me ne sto comodamente seduto nel mio studio.”

Quello che Sergio Bonelli allora non specificò ai lettori è che, quando parlava di ritorno ai “vecchi amori”, Ongaro si riferiva al fatto che il suo “gioco” iniziato con L’Avventuroso lo aveva portato – nel dopoguerra e molto prima di diventare giornalista e romanziere – a sceneggiare storie per gli amici Hugo Pratt (Asso di Picche) e Dino Battaglia (Junglemen). A tale proposito, Ongaro ricordava che “il progetto dell’Asso di Picche nacque in una cella della prigione di Santa Maria Maggiore a Venezia, dove Mario Faustinelli e io passammo alcune lunghe settimane durante la Resistenza” (dal Dizionario de “La grande avventura dei Fumetti”, DeAgostini, 1990). All’eroe mascherato che combatteva nazisti e organizzazioni segrete si devono anche le nascite del sodalizio di autori noto come “Gruppo Asso di Picche” e della scuola veneziana del fumetto. Con Hugo Pratt, Ongaro condivise inoltre il trasferimento in Argentina alla fine degli anni ’40, dove rimase per sette anni ideando altri personaggi, e collaborò saltuariamente con il creatore di Corto Maltese anche in seguito (per esempio con L’ombra, nel 1964), quando aveva iniziato la propria carriera di inviato speciale e di scrittore, prima di stabilirsi definitivamente nella nativa Venezia alla fine degli anni ‘70.

E dopo questa premessa, necessaria per inquadrare l’autore e l’orgoglio di Sergio Bonelli nell’averlo nella propria squadra, arriviamo al tema di questo articolo: le sue storie per Mister No.

Di Jerry Drake diceva Ongaro nel n.155:

“Sono molte le ragioni per cui mi piace sceneggiarlo. Il mio amico Sergio Bonelli ha pure lui ‘il marchio dell’Avventuroso’, e in più ha centrato un personaggio con il quale mi trovo in felice sintonia, e le cui storie offrono azione, giungla, belle ragazze e la suspense a me congeniale.”

La “felice sintonia” di Ongaro con Mister No è confermata dai suoi nove episodi, in cui il romanziere si è accostato con rispetto alle caratteristiche stabilite dall’amico Sergio. Il suo Mister No è l’anti-eroe generoso che non esita mai a mettersi nei guai per aiutare un amico – non importa se di vecchia data o appena conosciuto – ma che insegue anche quella fortuna (finanche pecuniaria) cucita sotto forma di quadrifoglio sul suo braccio, che tuttavia all’ultimo gli sfuggirà di mano, come sempre gli succede sin dal primo episodio del 1975. Nei suoi racconti non mancano poi le belle fanciulle, poiché al fascino del suo Mister No cedono donne di ogni estrazione sociale, che tuttavia lo pianteranno puntualmente in asso, facendogli sperimentare pene amorose che nel Mister No più classico è solitamente il gentil sesso a provare.

Le avventure di Ongaro sono essenzialmente di stampo realistico e in esse ha accentuato l’anima “thriller” della serie. Sono infatti racconti pieni di misteri, suspense e colpi di scena, con personaggi le cui azioni sono inizialmente indecifrabili per i lettori ed i cui scopi si chiariscono in seguito: tutte abilità che sarebbero in seguito valse ad Ongaro la chiamata su Nick Raider, la serie poliziesca ideata da Claudio Nizzi, del quale sarebbe diventato – con ben 53 episodi – l’autore più prolifico. Non è quindi un caso che ad Ongaro si debbano quelli che sono forse i due “gialli” più belli e solidi di Mister No.

Mister No n.133-136 “Giuramento di sangue”

di Alberto Ongaro & Franco Bignotti, 263 tavole
Giugno-Settembre 1986

Con la sua prima storia, Alberto Ongaro mette immediatamente in campo le sue capacità poliziesche.

Ambientato nella metropoli di Rio de Janeiro, l’episodio vede Mister No sospettato di una catena di omicidi ai danni di facoltosi uomini, essendo stato trovato sul luogo del primo delitto dalla polizia. La sua testimonianza è giudicata inverosimile (il pilota ha visto agire un indio armato di cerbottana e dardi velenosi) e, a differenza di quanto accadeva nel classico Accusa di omicidio (n.56-59) di Alfredo Castelli, Mister No si sottrae all’arresto per trovare il vero assassino e dimostrare la propria innocenza. La sua fuga segna l’inizio di una trama serrata, con i cadaveri che si accumulano sul percorso di Mister No e la polizia che ha l’ordine di sparare a vista su di lui, in quanto capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica.

Mister No, che avrà il suo bel da fare per discolparsi, è aiutato da una ricca ragazza introdotta per l’occasione, Morena (già fidanzata, ma che finirà con l’innamorarsi del pilota) e da Esse-Esse, con l’amico teutonico all’unico utilizzo veramente significativo da parte di Ongaro e del quale sfrutta abilmente il rapporto complice e talvolta tumultuoso che lo lega all’americano. Il racconto risulta avvincente anche nella ricostruzione graduale della “storia nella storia” dietro gli omicidi, con il mistero rappresentato dalla parola “Curupiri” pronunciata dalle vittime e la vicenda dell’indio Taxco, vent’anni prima testimone di uno sterminio in Amazzonia rimasto impunito. Curupiri è il suo “giuramento di sangue”, “il male che torna a chi lo ha fatto, […] la paura del castigo, […] la paura”. L’intricata vicenda, come da tradizione dell’autore, riserverà sorprese sino all’ultimo, per una partenza col “botto” del romanziere.

Mister No n.152-154 “La donna del mistero”

di Alberto Ongaro & Roberto Diso, 222 tavole
Gennaio-Marzo 1988

Anche la seconda storia di Ongaro è un giallo di ambientazione urbana, stavolta l’affascinante città coloniale di Bahia, con atmosfere degne dei classici film noir che il protagonista ama vedere al cinema, tra tesori perduti, loschi miliardari e donne fatali.

Mister No aiuta un vecchio commilitone (l’olandese Bog, personaggio inedito) a rientrare illegalmente in Brasile per scoprire chi ha ucciso Lupe, la sua ricca fidanzata, mentre lui (con grande sorpresa di Jerry, dato che Bog è ingenuo e buono come il pane) era in carcere per una rapina a mano armata. Bog sospetta che l’omicidio sia legato al mezzo milione di dollari (tutto denaro sporco) da lui rubato e nascosto, a suo tempo, nella villa di Lupe. E i due amici, non appena iniziano ad indagare, finiscono nel mirino di misteriosi sicari.

La storia testimonia le capacità inventive di Ongaro nel risolvere gli snodi di una trama, che vanno ben oltre il “compitino”: si pensi alla “bella cagna di carattere piuttosto allegro e […] ben disposta verso i suoi simili di sesso maschile” che Mister No si procura al negozio di animali per introdursi nottetempo in una villa sorvegliata da cani feroci. Il racconto mette inoltre sotto i riflettori la grande passione per il jazz del protagonista, con un originale utilizzo narrativo di Body and Soul, una delle sue canzoni preferite. Soprattutto, l’episodio centra appieno il senso dell’amicizia di Mister No, che non esita nell’aiutare “un fuorilegge!… ma anche un amico… un fratello sfortunato che non ha saputo resistere alle avversità della vita… e che comunque ha pagato molto di più del suo debito verso la società…” E chiariti tutti i misteri, poiché la verità sarebbe stata troppo dolorosa per Bog, Mister No gliene racconterà una di comodo per aiutare l’amico a lasciarsi alle spalle il passato.

Mister No n.162-164 “Il pozzo dei sacrifici”

di Alberto Ongaro & Raffaele Della Monica, 257 tavole
Novembre 1988-Gennaio 1989

La terza storia di Ongaro apre il periodo più prolifico della sua collaborazione con Mister No, in cui tra la fine del 1988 e l’inizio del 1990 firmerà ben cinque episodi su sei della serie regolare. Si tratta del suo primo racconto di stampo propriamente avventuroso, per il quale attinge alla regola che spesso sono i guai che vanno a cercare il nostro eroe.

E così, nel corso di una vacanza “forzata” in Messico a causa dei “capricci” del Piper, Mister No raccoglie le ultime parole di un moribondo trovato per strada, finendo al centro delle attenzioni di una serie di personaggi poco raccomandabili (tra cui un vecchio amico d’infanzia, Alex Brady), ma anche dell’affascinante Consuelo. Il tutto confluisce verso un tesoro Maya sepolto nella giungla, al quale lo stesso Mister No fa un pensierino per decidere di aiutare i “buoni”.

Il Mister No di questo episodio è un seduttore la cui fama lo precede, sia nel bene (con Isabel, una ricca amica di Morena che gli toglierà due volte le castagne dal fuoco e che passerà la notte con il pilota “divertendosi”) che nel male (con la stessa Consuelo, che inizialmente invece lo terrà alla larga, con il nostro che si consolerà con una sbronza al pensiero che “l’unica femmina con cui vado sempre d’accordo è una buona bottiglia”). Il racconto contiene poi un efficace esempio del fatto che nelle storie di Ongaro è difficile che qualcosa avvenga per caso. E così, l’audace sequenza d’amore tra Mister No e Consuelo alla cascata, con lei priva di veli, non risulta affatto “gratuita”, ma è perfettamente funzionale al successivo colpo di scena della mappa del tesoro che può essere tatuata soltanto sul cuoio capelluto della ragazza. Nell’episodio Ongaro introduce inoltre i suoi primi elementi fantastici, tramite il personaggio della strega Mazateca e la maledizione del cane che perseguita il feroce bandito Pepe Gavilan, colpevole dell’assassinio del suo padroncino. Un episodio scoppiettante, terminato il quale ne inizia subito un altro firmato dall’autore.

Mister No n.164-166 “Il clandestino”

di Alberto Ongaro & Corrado Roi-Raffaele Della Monica, 213 tavole
Gennaio-Marzo 1989

La quarta storia di Ongaro rappresenta il suo primo ricorso allo spunto narrativo del “cliente che nasconde qualcosa” – in questo caso, la bella ragazza Karen – e fa volare Mister No fino in Colombia. Dopo varie peripezie cittadine e in treno, si scopre che la donna è al centro di un’eredità contesa, legata al possesso di un antico e favoloso tesoro (stavolta degli Incas). Reciterà infatti il nostro eroe: “negli ultimi tempi, è destino che io abbia a che fare con mappe di antichi tesori nascosti tra rovine altrettanto antiche”. Pur con sviluppi narrativi differenti, sono infatti evidenti le analogie con gli aspetti cardine della trama precedente, con più gruppi di persone interessate ai movimenti di Mister No e della cliente – il “casting” di personaggi è tuttavia poco intrigante – e persino un colpo di scena analogo sulla donna che ignora le sue vere origini (una caratteristica quest’ultima peraltro ricorrente per i protagonisti dei romanzi di Ongaro).

Una tempistica di pubblicazione infelice pertanto, forse condizionata dalla partenza della trasferta africana. La sensazione di chi scrive è infatti che questa storia sia rimasta a lungo nei cassetti: lo stile piuttosto grezzo del “tenebroso” Corrado Roi, peraltro affiancato (o forse corretto a posteriori) dal “solare” Raffaele Della Monica, fa infatti pensare che questa potrebbe essere stata la prima prova bonelliana di quello che, da quasi tre anni, era ormai una “colonna” di Dylan Dog. Nonostante si tratti di una delle sue storie meno seducenti, Il clandestino contiene il lascito più importante di Ongaro per Mister No, ma di questo parleremo in chiusura della seconda puntata di questo approfondimento.

Articolo precedente

uBC for Peace

Prossimo Articolo

Dampyr: 2011

Ultimi Articoli Blog