L’idea di fondo di questo albo — il seminterrato come deposito di traumi, il parassita come metafora di un male antico che si nutre delle fragilità umane, la sensazione di spaesamento che attraversa Annie — viene declinata da Bruno Enna su un registro sospeso tra introspezione e orrore. L’indagine di Dylan Dog (che lo conduce a collegare quel malessere a ciò che si nasconde nei sotterranei di un vecchio pub londinese) prova a coinvolgere il lettore sul piano emotivo prima ancora che narrativo.
Il problema è che il racconto procede a strappi: accanto a passaggi riusciti, in cui l’atmosfera si fa più densa e inquietante, ce ne sono altri in cui tutto si blocca improvvisamente. Lo spiegone finale è forse il punto più debole: didascalico, freddo, spezza la tensione proprio quando dovrebbe intensificarla e, in un colpo solo, annulla quel potenziale emotivo che la storia aveva faticosamente costruito. È come se Enna avesse intravisto una direzione più ambiziosa, salvo poi rientrare nei ranghi di una chiusura ordinaria, rinunciando a spingere davvero sull’ambiguità e sull’inquietudine.
Giampiero Casertano torna su Dylan dopo più di sei anni e accompagna il racconto con la consueta professionalità e con il suo tratto sempre efficace e riconoscibile , ma non è la sua prova più incisiva. Alcuni volti — Dylan in particolare — risultano forse eccessivamente deformati e l’insieme resta corretto senza mai diventare memorabile, soprattutto nella resa degli ambienti.
In fin dei conti è una lettura scorrevole, mai noiosa, ma anche poco incisiva: un Dylan “di mestiere”, che si lascia leggere senza fastidio ma che non lascia davvero il segno.
