Donny Cates raccoglie il testimone di Jason Aaron e prosegue la riflessione sul prezzo della magia, spostando il baricentro del racconto dal piano epico e dalla vastità dei mondi immaginati dal suo predecessore a una dimensione più intima e tormentata, dove la vera battaglia non si consuma più tra universi e demoni ma all’interno di chi la magia la esercita, tra desiderio e colpa, tra ciò che essa concede e ciò che inevitabilmente sottrae.
L’idea di affidare il titolo di Stregone Supremo a Loki è, in questa logica, più che un espediente narrativo: è un modo per destabilizzare ogni certezza, per mostrare quanto fragile sia l’identità di Stephen Strange quando la responsabilità che lo definiva gli viene sottratta. Loki non è solo antagonista: è un riflesso, un’ombra che amplifica gelosie e paure, la misura della distanza tra l’uomo e il ruolo che ha scelto di incarnare.
In questo equilibrio teso, Strange appare più umano che mai. La sua arroganza e il suo senso di perdita convivono con un bisogno disperato di essere all’altezza di sé stesso. Cates lo ritrae come un eroe in convalescenza: la magia, ancora ferita dopo l’attacco dell’Empirikul, non è più splendore ma fatica. E in quella fatica prendono corpo i legami, forse il vero centro emotivo del racconto.
Il rapporto con Zelma Stanton (gestito con finezza), il ritorno di Wong, la presenza luminosa di Bats e persino l’apparizione di Sentry formano un contrappunto di umanità che bilancia la dimensione mistica del personaggio.
Gabriel Hernandez Walta e Jordie Bellaire traducono questa tensione in immagini dense, terrose, dove la meraviglia lascia spazio alle ombre. È una magia più intima che spettacolare, fatta di gesti e sguardi più che di portali e incantesimi.
Pur privo della grandiosità cosmica del ciclo di Aaron, Loki: Sorcerer Supreme si regge su un tono più raccolto e malinconico, dove la fragilità del mago vale più di qualsiasi incantesimo.
