Héctor Oesterheld prima di Oesterheld.
Alberto Breccia prima di Breccia.
Entrambi prima di Mort Cinder.
Ma quando due fuoriclasse si incontrano, il risultato è pur sempre una gemma, ancorché grezza: il detective del tempo e dello spazio Sherlock Time.
Le sue storie, pubblicate in Argentina tra il 1958 e il 1959, mescolano avventura, fantascienza e mistery; neanche troppo velata, emerge anche una critica politica, che si traveste come da tradizione di elementi sovrannaturali e alieni, già quindi anticipando ciò che sarà.
La struttura e l’organizzazione dei vari episodi trasuda il sentire narrativo ibero-americano, che si fonda su princìpî diversi da quelli caratteristici “del vecchio continente” – la struttura tripartita, la pistola di Čechov, e più in generale la “correttezza” verso il lettore nel posizionare tutti gli elementi in campo prima di sciogliere l’enigma.
Quasi come nei Sei problemi per don Isidro Parodi di Borges e Casares, l’enigmatico Sherlock Time non rende edotto l’amico Julio Luna (e con lui, neanche noi) circa i suoi ragionamenti. Il disvelamento delle vicende arriva spesso con una chiusa fulminea, che neanche può associarsi al concetto di twist per come lo conosciamo, e anzi lascia – volutamente, a questo punto – più domande che risposte: un coitus spesso interruptus capace però di condurre ugualmente ad una pace diegetica dei sensi, e questo può solamente testimoniare del talento superiore di Oesterheld.
Con Sherlock Time, Breccia Senior inizia il suo percorso di evoluzione e maturazione stilistica verso uno stile visionario e personale: il suo nero preponderante spesso concede ben poco all’architettura grafica, ciononostante il risultato è comprensibile e a tratti suggestivo, apportatore di una necessaria tensione, il cui poderoso potenziale intrinseco si può solo immaginare, se ci si cala per un attimo in quel finire degli anni ‘50 del secolo scorso, tra le contraddizioni di una Buenos Aires – e, con essa, di un paese tutto – ancora ignara del tetro incedere del suo futuro.
Come accennato all’inizio, per quanto – seppur a ragione – si possa ritenere Sherlock Time come la prova generale della futura collaborazione tra i due artisti, in realtà essa va anche e soprattutto apprezzata come può essere apprezzata una pietra preziosa appena strappata alla nuda terra.
Il potenziale dell’opera, se visto in ottica futura, è già anche un atto compiuto che ci regala la primizia della felice compenetrazione di due intelletti vivaci quanto consapevoli di sé: un dono raro, alla cui ombra incamminarsi per gustarne convenientemente.
