Tungsteno non è solo un thriller, bensì un’analisi al microscopio della resistenza umana, come suggerisce il titolo stesso: il metallo con il più alto punto di fusione diventa la metafora perfetta per descrivere individui messi sotto pressione fino al limite della rottura. L’opera, che è valsa a Marcello Quintanilha il prestigioso Fauve Polar SNCF al Festival d’Angoulême, si distingue per un realismo quasi fotografico che deve molto alla sensibilità neorealista, trasportando il lettore tra le strade assolate di Salvador (Bahia), all’ombra del Forte di Montserrat.
La narrazione si sviluppa attorno a quattro figure principali, i cui destini coincidono in una manciata di ore di estrema tensione. C’è il signor Ney, un sergente dell’esercito in pensione ossessionato dall’ordine e dalla gerarchia, che innesca la miccia del racconto denunciando alcuni pescatori di frodo. A lui si affianca Richard, un poliziotto impulsivo e brutale che non riesce a contenere la propria rabbia né in servizio né nella vita privata. Al centro di questo contrasto viscerale si trova Keira, la moglie di Richard, incastrata in una spirale di violenza domestica e tormentata dall’indecisione sul futuro della sua relazione tossica. Infine emerge Caju, un piccolo spacciatore e informatore che vive costantemente sul filo del rasoio, cercando di barcamenarsi tra la sopravvivenza e il tradimento.
Graficamente, Quintanilha adotta uno stile che evoca la precisione chirurgica di maestri del manga come Naoki Urasawa, in special modo nell’uso magistrale dei neri e dei grigi che richiamano cromaticamente la durezza del metallo. La sua messa in scena è profondamente cinematografica, con inquadrature che indugiano sugli sguardi e catturano micro-espressioni rivelatrici di profondi dilemmi morali, nonché – chiaramente – i campi lunghi e spesso panoramici.
L’aspetto tecnico più raffinato è senza ombra di dubbio la gestione del flusso di coscienza, dove le didascalie non si limitano a descrivere pensieri ordinati ma restituiscono sensazioni viscerali e confuse.
In questo modo, l’autore trascina il lettore nell’incertezza morale di una periferia urbana dove non esistono eroi o cattivi assoluti, ma solo esseri umani impegnati in una lotta quotidiana contro la propria mediocrità.
Tungsteno di Marcello Quintanilha rappresenta quindi molto bene la convergenza narrativa che si nutre di un linguaggio visivo ibrido e universale, mantenendo comunque uno sguardo originale e raffinato.
