Avvicinarsi all’ultimo lavoro di Gianfranco Manfredi su Dylan Dog con piglio critico e in termini non propriamente positivi è operazione inevitabilmente complessa. È quindi straniante constatare e spiegare perché Il ritratto della follia non convinca quanto vorrebbe.
Dylan è ingaggiato da Sadie, proprietaria di una galleria londinese: di fronte all’ultima opera del controverso B. Cool aka Bernard Cooley — pittore morto in circostanze oscure — i visitatori accusano gravi malori. Il substrato tematico che Manfredi costruisce attorno a questa premessa è solido e ben calibrato sulla poetica dylaniata, con i riferimenti a Edgar Allan Poe e Francis Bacon a fare da cornice a una riflessione sull’identità umana che si dissolve nella massa, sull’individuo come condizione esistenziale irriducibile, sulla solitudine, sull’angoscia e sull’assenza di senso che si nasconde sotto la maschera sociale.
Ci si prospetta così un racconto intenzionato a spingere Dylan a rompere quella maschera, a guardare all’essere umano nella sua verità emotiva più cruda.
In questo, il tratto di Paolo Armitano — pulito, misurato, capace di coinvolgere e di amplificare il mood del racconto — è la nota più lieta dell’albo. Ma questo substrato non trova mai una vera applicazione narrativa e la storia vira pian piano verso altre coordinate.
L’eco letteraria si affievolisce presto, scalzata da una serie di derive mistiche e horror che procedono per conto loro, e il lettore — al quale si stava prospettando una sorta di disamina sociologica — rimane spaesato da un racconto che volge verso derive a tratti più farsesche che coinvolgono anche il mondo dell’arte contemporanea che, assieme alla narrazione, scivola verso una rappresentazione qualunquista e stereotipata. Bernard Cooley stesso, per quanto potenzialmente intrigante, rimane una figura contorta che si disperde assieme al mistero che lo circonda. La storia avanza nell’indagine con il consueto ritmo dylaniano: Dylan fa domande e si confronta con Bloch, ma il villain – e la poetica in premessa – rimangono confinati a una caratterizzazione abbozzata, priva di quella profondità che il tutto avrebbe richiesto.
La seconda metà è dove il racconto cede definitivamente. Lo sviluppo verso il confronto finale procede in maniera sempre più caotica, con una risoluzione approssimativa che lascia irrisolte le questioni più interessanti che erano state presentate nella parte iniziale. Rimane l’impressione di un albo diviso in due temperamenti: una prima parte che esplora con una certa attenzione il territorio umano, sociale e letterario, e una seconda che smarrisce quella strada per risolversi in svolte strampalate e poco convincenti.
