Dylan Dog n.469 Trauma

Dylan Dog n.469 “Trauma”

La recensione del Dylan Dog di Chiaverotti e Casalanguida

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Valutazione 6.7 su 10

Dopo la prova incerta sul Dylan Dog n. 466 bis Gli Illuminati, Claudio Chiaverotti torna sulla collana mensile abbandonando i temi sociali e le derive cospirazioniste per ritrovare la via del classico horror psicologico. Trauma è un albo che sa dove vuole andare: un racconto di terrore puro, fatto di pareti che trasudano presenze, rituali per sigillare il Male, e una realtà che si incrina fino a confondersi con la follia.

Chiaverotti costruisce una trama che non punta sull’originalità, ma sulla consapevolezza del genere. Le suggestioni sono molte (moltissime) ma oltre ad essere citazioni, sono echi che si fondono in un tessuto narrativo coerente e ben ritmato. Un esempio fra tanti il nome della misteriosa “Lavender”, citazione dell’omonimo film di Ed Gass-Donnelly. Si avverte il “già visto”, certo, ma è un déjà vu piacevole, calibrato, che non diventa mai mero esercizio di stile o sterile derivazione.

È una riproposizione tout court delle atmosfere e delle tematiche del genere. Fuori tempo massimo? Forse. Ma le suggestioni che evoca – con un debito enorme per alcuni dettagli furbissimi piazzati da Casalanguida – funzionano.

Il Dylan Dog di Chiaverotti è finalmente centrale e funzionale alla storia, sospeso tra la lucidità e il delirio che travolge le protagoniste del racconto. L’indagine diventa viaggio mentale, in un crescendo che si muove tra inquietudine e rivelazioni, fino a un finale che chiude il cerchio con misura e senza forzature (nonostante i consueti twist dell’autore). Sorprende positivamente anche l’uso di Groucho, più invadente del solito ma sempre efficace, inserito con intelligenza nei momenti chiave e (quasi) sempre con buona scelta dei tempi.

A dare corpo e profondità a tutto ciò, come anticipato, ci pensano i disegni di Luca Casalanguida, che interpreta con precisione il tono della sceneggiatura. Il suo tratto esalta le ombre e le espressioni amplificando il continuo gioco di rimandi tra percezione e realtà, tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di vedere. Gli sguardi, i dettagli, le pareti delle stanze diventano essi stessi parte del racconto. Casalanguida sa confondere, ammiccare, inquietare.

Il risultato è una storia che non pretende di rivoluzionare nulla, ma che riesce a restituire il gusto dell’horror d’altri tempi. In un periodo in cui Dylan Dog fatica spesso a trovare un equilibrio, Trauma si distingue per solidità e coerenza: un racconto classico, ben costruito che si fa perdonare qualche scorciatoia di sceneggiatura, ricordando quanto basti poco — una scrittura attenta sincronizzata a un disegno ispirato — per far funzionare davvero l’orrore.

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